29 gennaio 2010

2010 e la ribellione che già c’è

Il presente articolo é stato pubblicato sulla rivista italiana Loop, nel numero 6 del gennaio 2010
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Il Messico. Terra di fuga, meta ambita ma anche mitica per molti. Una terra lontana, magari irraggiungibile, ma lì, sempre presente. Vuoi con i suoi miti, a cominciare da Francisco Villa, il rivoluzionario del nord, passando poi a sud, il baffuto Emiliano Zapata, e, più recentemente, il conosciutissimo Subcomandante Marcos. Il Messico, terra di fuga e meta per personaggi inventati o per persone reali, in carne ed ossa, che in Messico son scappati, fuggiti o semplicemente andati. E là, in quella terra che non si capisce se è America del Nord o America Latina, han trovato rifugio, protezione, tranquillità. Ma a volte anche la morte.
Oggi quella terra non esiste più. O forse è solo passata in secondo piano. Perché oggi il Messico è alla fine di un ciclo e di fronte alla possibilità reale di aprirne un altro. La domanda a questo punto è: quale ciclo si aprirà? Uno che permetterà ai messicani di liberarsi in modo definitivo (presumendo che libertà sia qualcosa di definitivo)? O si aprirà un’epoca ultima, definitiva, di barbarie che finirà per dare il colpo di grazia ad un paese apparentemente già in ginocchio?
Queste domande sono oggi lecite. Ieri forse alcuni se le ponevano, poi si usciva di casa, si andava al lavoro od anche ad una manifestazione, e la risposta era sempre la stessa: è dura, è difficile. La gente continua a sopportare. Ma oggi, oggi quelle domande sono permesse, anzi son quasi obbligatorie e, nel caso in cui uno desideri essere sincero con se stesso, devono diventare premesse per ragionamenti futuri.
La necessità di porsi queste domande sorge da molteplici fattori, tutti però legati alla realtà di un paese, di una terra, da troppo tempo sfruttato e oppresso. Bella novità si dirà; neanche fosse cosa unica e che riguardasse solo il Messico. Certo, tutto vero, si risponde, ma qui v’è un elemento di congiuntura non da poco: il 2010, l’anno che viene e non si sa ancora cosa porterà.
In seno ai tre livelli di governo che esistono in Messico (federale, statale e municipale), la scadenza del prossimo anno, il 2010, sta ricoprendo un ruolo classico: la celebrazione di due importanti anniversari. Quello dell’Indipendenza dalla corona spagnola (1810) e quello della Rivoluzione messicana (1910). Due date, simboliche fin che si vuole, ma pur sempre due date. Che come sempre saranno occasione per almeno due modelli anch’essi classici di azione governativa. Da una parte, entrambe le date serviranno al processo di rivisitazione storica di cui neanche il Messico è immune; dall’altra, vi sarà l’occasione, ancora una volta, per puntellare quel nazionalismo postcoloniale che qui non ha mai perduto vigenza, soprattutto per l’estrema ed ingombrante presenza dei confinanti Stati Uniti d’America. Il tutto in una salsa simbolica un po’ manierista o squisitamente banale che già comincia a cucinarsi. Una salsa però assolutamente poco piccante. E ai messicani, si sa, il peperoncino piace. Ne hanno decine di varietà, ed ogni piatto ha il suo piccante favorito; non è la stessa cosa fare il mole con un peperoncino piuttosto che con un altro. Ed allora, il simbolismo del 2010 potrebbe forse essere servito accompagnato da una salsa piccante al punto giusto.
È evidente anche all’orbo che dice di governare il Messico: il 2010 è il ritorno di una data. Quel dieci, quell’anno che all’inizio di altri due secoli ha sconvolto quel paese, cambiandone radicalmente il viso. Anche se poi, si potrebbe dire, ne ha lasciato sostanzialmente intatto il codice genetico. Questo poco importa oggi, alla vigilia di un anno che molti attendono non solo per festeggiare ma anche per vedere se la cabala ha un senso, se il destino si deve ancora una volta compiere: la ribellione generalizzata, la fondazione di qualcosa di nuovo sulle ceneri di qualcosa che è stato spazzato via comunque da un moto violento.
I segnali e le condizioni perché questo accada, inutile dirlo, ci son tutti. Non è solo il tremendo livello di povertà che attanaglia la popolazione messicana. Non è neanche solamente il fallimento di un sistema politico, la cui crisi di rappresentatività è palese. È forse un complesso insieme di fattori di ordine sociale ed umano che è qui difficile da sintetizzare, perché nella realtà è comunque difficile da comprendere nella sua totalità.
Nel contesto del doppio anniversario è possibile, o addirittura probabile, che i messicani si pongano una semplice e banale domanda: siamo veramente indipendenti? Abbiamo veramente rivoluzionato questo paese? Domande semplici con risposte complesse, ma che di articolato hanno solo le sfumature, perché comunque la risposta comune della maggioranza dei messicani è solo una: no, non siamo indipendenti né abbiamo rivoluzionato nulla. Sembra sciocco e ovvio, ma la risposta negativa a quelle due domande potrebbe in realtà essere la scintilla che permetta l’esplosione sociale generalizzata.
Metà della popolazione sotto la soglia della povertà (chi definisce quella soglia, è un altro discorso), mancanza di lavoro e reddito degni di questi nomi, precarizzazione generalizzata dei diritti fondamentali quali il diritto alla salute, all’istruzione, all’alimentazione, alla casa, al reddito, ecc.; ma anche il diritto alla libertà d’espressione, di pensiero, di manifestazione. Il tutto, frutto di un modello economico, il neoliberista, che anche in Messico ha privatizzato o sta privatizzando pressoché tutto ed che ha svenduto il paese al maggior offerente. E che in Messico è stato applicato seguendo il modello ‘perfetto’ dell’esperienza cilena (ovviamente con le dovute proporzioni), ovvero con la violenza.
In questo contesto, poi, vi sono i debiti storici con settori determinanti e centrali del paese: indigeni e contadini. I primi, abitanti originari di quelle terre, da oltre cinque secoli sotto conquista, e con cui l’intero Messico dovrà fare prima o poi i conti. I secondi, invece, sono gli eredi frustrati di quella che un attento Adolfo Gilly definiva La Revolución Interrumpida. Certo, da quella guerra civile che travolse il paese per quasi una decada ne uscì una Costituzione politica all’avanguardia e che ancor oggi può rivendicare principi avanzatissimi sul piano politico ed etico. Ma quel che conta è la realtà, ed i contadini messicani, protagonisti di quel Tierra y Libertad che continua a fare il giro del mondo, son stati poco a poco esclusi da ciò che credevano una conquista definitiva, ovvero la terra per tutti; e gli indigeni messicani non sono mai diventati parte di questo meltingpot premoderno.
Infine vi è evidentemente il contesto che si è venuto a creare negli ultimi tre anni. Ovvero la fallita guerra del governo contro la criminalità organizzata. Lanciata ufficialmente per combattere i Cartelli messicani della droga, oggi considerati i più potenti al mondo, la cosiddetta ‘guerra al narco’ promossa da Felipe Calderón è il risultato di almeno due fattori. Il primo, di ordine politico, è la necessità di quella legittimità non ottenuta alle urne che lo elessero Presidente nel 2006. Legittimità e consenso ampiamente conquistati nei primi mesi della crociata antinarcotici ma che già oggi, tre anni dopo, comincia a traballare un poco. Il secondo fattore è invece d’orine personale, quasi psicologico, ovvero la necessità d’investire in qualcosa che facesse stare Calderón in pace. Che gli permettesse, inoltre, di governare così come ha fatto, ovvero incurante del malessere crescente dell’intera popolazione. Esattamente come un secolo fa, Porfirio Diaz governava sapendo degli enormi disagi che si vivevano nel Messico di sotto, tra la gente, eppure non se ne interessava, se non quando la Rivoluzione bussò alla porta di casa sua, oggi Calderón sembra non volerci sentire da quell’orecchio.
Ciononostante, oggi, vi è una differenza sostanziale e cioè Calderón dispone di 50mila soldati nelle strade messicane - quelli inviati contro i Cartelli della droga -, soldati che stanno già combattendo contro qualcuno. Il narco, si dice. Ma la realtà parla anche di guerriglia, comunità indigene, organizzazioni contadine e sociali, sindacati democratici, gruppi politici locali. E poi, l’altra differenza importante, è l’esistenza oggi proprio di quei Cartelli della droga che, un domani che si dovesse scatenare la rabbia sociale, non si quale parte prenderebbero.
Chi spera che il prossimo anno si compia il fatale ritorno della data simbolica che permetta di proiettare il Messico verso un futuro più degno e libero deve pori diverse domande rispetto a quel che potrebbe accadere. È evidente, per esempio, che è necessario svestire di miti e ricordi di eventi mai vissuti il futuro possibile. Chiunque menzioni la possibilità di un’esplosione sociale generalizzata non si sa perché attende un momento, un avvenimento, un giorno, un’ora, che segnalino il momento esatto dello scoppio della nuova Rivoluzione. E così facendo, magari, si perde di vista una realtà che già oggi parla chiaramente il linguaggio della ribellione diffusa, non solo nelle parole e nei proclami, ma nei fatti: dalle comunità zapatiste del sud, agli scontri armati lungo tutta la Sierra che attraversa il centro del paese, passando per le continue e conflittive proteste del mondo del lavoro, per arrivare sino alle esperienze più minute, locali, però reali che ogni giorno costruiscono un Messico diverso pagandone le conseguenze repressive. Insomma, un ampio ventaglio di situazioni che dopodomani, quando anche il 2010 e la ‘sua rivoluzione’ saranno storia, potrebbero far parte di quelle liste di avvenimenti che si studiano come prologo di grandi sollevazioni. Dall’altra parte, la storia non si prevede. È già difficile raccontarla, figuriamoci vedere ed interpretare i segni di quella che potrebbe aspettarci dietro l’angolo di una data simbolica come il 2010 per il Messico. E se la rivoluzione che tutto cambia non accade, la ribellione che ne è il seme continuerà a riprodursi e diffondersi.
Questo, forse, l'unico dato certo sulla soglia del nuovo anno in Messico.

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