30 aprile 2009

Un morto negli USA, OMS verso l'allerta 5

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 30 aprile 2009
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E'un bambino messicano di 23 mesi la prima vittima della febbre suina negli Stati uniti. Il piccolo, malato da due settimane, è morto ieri in Texas, dove era arrivato insieme ai genitori per trovare alcuni parenti. Fino a ieri sono stati accertati 91 casi di colpiti dal virus A/H1N1 in dieci stati Usa, ma crescono i casi sospetti. Il presidente Barack Obama, non ha escluso la possibilità di chiudere le scuole del paese dove siano stati registrati casi di contagio e ha chiesto 1,5 miliardi di dollari per fondi di emergenza. L'accelerarsi della propagazione e il mutare delle sue modalità (persone colpite senza essere mai state in Messico) hanno spinto ieri l'Oms ad avvertire che è sempre più prossima ad alzare il livello di allerta da 4 a 5, su una scala di 6.
La situazione più grave resta quella messicana. Quasi una settimana è passata dell'inizio di questa crisi sanitaria, che si va a sommare alla ben più strutturale crisi economica e alla grave violenza diffusa nel paese. Le autorità messicane dichiarano che ormai il virus ha prodotto effetti che vanno oltre la triste soglia dei deceduti, che secondo le autorità sarebbero 159. Gli specialisti affermano che l'% del Pil sarebbe già stato compromesso dall'epidemia. Le misure d'emergenza ed il clima di panico diffuso non aiutano il peso messicano che ha ripreso a svalutarsi rispetto al dollaro. Solo a Città del Messico gli industriali e i commercianti denunciano le prime perdite e reclamano il sostegno del governo. Mezzo milione di dollari al giorno le perdite complessive del settore produttivo. Il governo locale ha annunciato la creazione di un fondo di quasi 15 milioni di dollari per sostenere almeno le famiglie dei malati e dei ricoverati. Secondo i commercianti, sarebbe stato colpito il 25% delle attività economiche.
Alle reazioni del mondo economico, fanno eco le reazioni della società. Un dato curioso delle ultime ore: il Ministero della Pubblica Sicurezza ha reso noto che le denunce di crimini sarebbero diminuite del 50% nell'ultima settimana. Curiosità a parte, la società sta reagendo in modi diversi. Vi sono coloro che credono ciecamente a quanto dice il governo. E quindi i morti per il virus sarebbero ormai 160, anche se solo 7 sono stati accertati finora, come le autorità hanno dovuto ammettere dopo le dichiarazioni dell'Oms; le mascherine sarebbero lo strumento privilegiato e più immediato per ridurre il contagio di un virus che non circola liberamente nell'aria; il governo sta reagendo adeguatamente e il presidente, fino alla settimana scorsa molto contestato, è oggi il paradigma dell'eroica azione governativa. Nella sinistra politica invece tutti criticano i ritardi e le negligenze governative e si mettono in dubbio le misure restrittive adottate. Ma da qui si dipartono due modi diversi di vedere la situazione. Vi sono quelli che credono che la crisi sia più grave di quanto in realtà si dice e che il governo stia nascondendo troppe informazioni. Ma ci sono anche quelli i quali pensano che sia tutta una montatura, un'esagerazione. Gli elementi per sostenere entrambe le tesi sono gli stessi: mancanza d'informazione precisa, assenza delle liste dei deceduti, misure troppo radicali (come il decreto che dà mano libera alle autorità sanitarie. Insomma, non si riesce davvero a capire quali sono le dimensioni del problema.
La prima morte all'estero, il bimbo di 23 mesi in Texas, conferma però che la crisi esiste e può essere letale. Ma ora lo sguardo di molti si volge alla ricerca dei colpevoli e dei responsabili. Perché se è vero che il governo ha risposto in ritardo, è anche vero che il governo è doppiamente colpevole perché i segnali dell' epidemia c'erano tutti. E da diversi mesi. Ormai non è più un segreto e si conoscono anche i particolari dei casi di influenza (sospetti A/H1N1) che risalgono a diversi mesi fa. A dicembre, per esempio, ma anche ad ottobre, da quando cioè è cominciata la "stagione" influenzale. I casi erano isolati ma oggi la comunità di Las Glorias, nel valle del Perote, stato di Veracruz, è sotto i riflettori. Pr mesi aveva denunciato l'impresa Granjas Carrol, filiale della multinazionale americana Smithfield Foods, accusata di essere un focolaio di malattie per quel suo stabilimento dove si alleverebbero circa un milione di maiali. Da lì sembra sia cominciato tutto ma fino al 2 aprile scorso governo e ministero della sanità hanno negato ogni responsabilità.
Sul banco degli imputati è oggi anche l'Iner, l'Istituto nazionale per le malattie respiratorie, centro nevralgico dell'epidemia. Presso quest'ospedale all'avanguardia sono ricoverati quasi tutti i «contagiati» degli ultimi giorni. Alla protesta dei lavoratori, lunedì scorso, che chiedevano più strumenti di protezione (mascherine, guanti, scarpe e camici), fanno eco le prime denunce informali dei familiari dei ricoverati. Molti di questi infatti, avvertono che i propri cari sono entrati lì con semplici mal di gola e ne sono usciti in una bara: polmonia atipica, dicono i referti. E non c'è da sospettare dell'onestà di chi scrive le diagnosi finali, perché solo ieri, mercoledì, sono giunti in Messico gli strumenti di rilevazione del temuto virus suino. Ciononostante ora non è tempo di condanne, ma solo d'emergenza e il richiamo all'unità nazionale prevale.
Intanto l'attività politica prosegue a spron battuto. In Parlamento, tra mascherine e tempi accorciati (gli orari dei servizi pubblici, in particolare degli organi legislativi, sono stati ridotti notevolmente a causa dell'epidemia), diverse leggi vengono approvate in pochi minuti, le stesse che in altri momenti avrebbero richiesto settimane di discussione. Tra queste, l'approvazione delle modifiche al codice penale. Da oggi si potranno portare fino a 5 grammi di marijuana in tasca senza per questo finire dentro. E così per le altre sostanze: un grammo di eroina, mezzo di cocaina, fino 25 grammi di metanfetamine.

Città del Messico e dell'incubo

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L'Espresso il giorno 30 aprile 2009
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L'ospedale, adesso, è come una prigione. Vietato entrare, poliziotti all'ingresso col fucile in mano. Uno alza l'arma per minacciare chi vuole avvicinarsi troppo. Ha il sorriso sulle labbra, ma negli occhi la determinazione di chi non scherza e deve far rispettare un ordine. Nei primi giorni dell'infezione, sebbene per poche ore, i parenti degli ammalati, erano ammessi. Adesso, ha deciso il governo, blindatura totale e niente eccezioni. Fa caldo. A pochi metri dal portone, una folla esasperata di parenti in attesa, mascherina obbligatoria a coprire la bocca, da giorni ormai senza notizie, ma che non ha perso la speranza. L'Iner (Istituto nazionale delle malattie respiratorie) di Città del Messico è il fiore all'occhiello del sistema sanitario. Lì dentro si curano tutti i pazienti colpiti dall'influenza suina nella capitale e nel resto del Paese.
Nessuno fornisce informazioni e questo aumenta la psicosi, il sospetto che il luogo dove di solito si guarisce si sia trasformato in un'area dove il contagio è incontrollato. Passa un medico che "per paura di rappresaglie" non fornisce il nome e denuncia: "È arrivato un uomo. Lo hanno messo al pronto soccorso senza isolarlo e senza fargli nemmeno una diagnosi. Dopo quattro giorni è morto e con lui le 12 persone che si trovavano nella stessa sala". Patricia Rojo, praticante di medicina, rincara: "Prima ancora che si lanciasse l'allarme, due miei colleghi sono morti nel silenzio più assoluto. Dopo il piano di emergenza diversi medici e infermieri sono stati mandati via".
La gente ondeggia, scoppia a piangere. Cerca di fermare i pochi autorizzati a entrare e uscire per avere qualche informazione. Arriva una delegazione di sanitari che minaccia uno sciopero: "Non torneremo a lavorare e ad assistere gli ammalati se non ci forniscono tutti gli strumenti necessari per proteggerci: mascherine, guanti, scarpe, camici adeguati".
Dopo pochi minuti però rientrano in corsia, tornano alle loro occupazioni. Una voce incontrollata: "Lì dentro le vittime sono molte di più di quelle dichiarate dal governo". Un uomo che si qualifica come impiegato dell'ospedale denuncia: "Portano via i morti con le ambulanze invece che coi carri funebri per celare parte della verità. Questo edificio è ormai un focolaio d'infezione. Molta gente è entrata per un problema stupido e ci ha lasciato la vita". Un uomo da giorni in attesa: "È vero, le ambulanze non cessano di andare e venire. Giorno e notte".
Una donna accompagnata da un bambino in calzoncini corti mostra sul volto i segni dei tre giorni di attesa: "C'è mio marito là dentro. Io chiamo i numeri che mi hanno dato e non mi sanno dire niente, dicono che i casi sono troppi, di lasciarli lavorare". Gerardo, un ragazzo di 25 anni, è stato più fortunato. Ha incontrato per caso la dottoressa che si occupa di Laura Maria, sua madre: "Qualche giorno fa sosteneva che non avrebbe resistito, ha 50 anni e la malattia ha già ucciso persone assai più forti fisicamente.
Invece nelle ultime ore c'è stato un miglioramento. Forse mia madre sarà una delle poche a salvarsi". Parole di speranza, gocce in un mare di disperazione.
L'Istituto nazionale delle malattie respiratorie sembra diventato il cuore nevralgico del Paese. L'unico luogo dove le persone si accalcano in una città di 20 milioni di abitanti che ha perso, di colpo, le sue abitudini, la sua socialità. Nessuno si saluta più col tradizionale bacio sulla guancia o con una stretta di mano. Abolite anche le pacche sulle spalle di cui i messicani sono prodighi. Gli autobus e le metropolitane sono ancora affollati (anche se meno del solito). Non è una scelta, è una costrizione.
Il presidente Felipe Calderón non ha infatti voluto ordinare la sospensione di tutte le attività economiche e produttive per non aggravare una crisi già pesante. E allora la gente è costretta ad andare al lavoro. Uno starnuto basta per diffondere il panico, per guardare con sospetto l'autore: "Sarà ammalato? Mi contagerà?
Le scuole sono chiuse, i ragazzi sono tappati in casa, i genitori impediscono loro di uscire se non per emergenze. Affollate invece le farmacie, dove la gente a la fila a rispettosa distanza, in attesa di chiedere qualche consiglio o farmaco per prevenire il contagio. Così Città del Messico ha cambiato di colpo tutte le sue abitudini. Fino a pochi giorni fa era una metropoli dove si viveva per strada, dalla mattina fino a notte inoltrata. Fa specie vedere quel traffico diradato e tutti quei locali con le serrande abbassate. Teatri, cinema, ristoranti, centri culturali, locali notturni.
Tutto chiuso. L'epidemia si diffonde in modo più rapido nei luoghi affollati. Ma allora perché non fermare anche il lavoro e non obbligare a prendere i mezzi pubblici? Spiegazione delle autorità: "Non è l'esposizione in sé, ma la durata che è pericolosa". Alle dichiarazioni ufficiali, tuttavia, non crede più nessuno. Troppi errori, troppa sottovalutazione iniziale. E troppa improvvisazione. Il governo ha dovuto ammettere che, sei giorni dopo il primo allarme, non esisteva in Messico un laboratorio in grado di individuare il virus. Ora sostiene di avere milioni di dosi di antivirali.
Nessuno ci crede. "Anche se ci sono", è il commento più diffuso, "non servono a niente. Come dimostra la rapidità della diffusione del virus e l'aumento esponenziale, quotidiano, del numero delle vittime". In mancanza di fiducia verso le autorità, ciascuno fa per sé. La casa è l'unico rifugio sicuro. In attesa che la peste passi e che possa tornare ad uscire. Per ora la città si è chiusa davanti alla tv.
Dove guarda lo spettacolo della propria profonda sofferenza.

29 aprile 2009

Influenza suina, continua l'allarme in Messico

Un intervento realizzato per il telegiornale delle ore 24 di mercoledì 29 aprile per RaiNews24.
Qui il video.

Governo immobile, e ormai è psicosi

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 29 aprile 2009
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Se volessimo fare dietrologia, potremmo dire che il terremoto di lunedì scorso a Città del Messico è stato provocato da coloro che oggi in Messico vogliono far tremare ancor di più le coscienze dei messicani. Già travolta da più di due anni di violenza generalizzata causata dalla imprudente guerra al narcotraffico lanciata dall'attuale amministrazione, e ulteriormente spaventata da un virus influenzale che sembra essere addirittura più violento, proprio per la trasversalità della sua azione mortifera, la cittadinanza della capitale messicana è stata ancora una volta messa alla prova da una scossa di terremoto di 6 gradi della scala Richter.
Ma la dietrologia serve a poco in queste ore e il terremoto che c'è stato, seppur abbia generato un certo panico, con le strade del centro storico che si riempivano sotto gli alti edifici che si svuotavano e 33 casi di crisi nervosa (immediatamente accolti nelle già affollate strutture sanitarie) non ha distolto l'attenzione dal tema principale di questi giorni: il virus suino. Una condanna collettiva? Un castigo divino? Un'operazione nascosta della solita famelica industria farmaceutica? Non si sa. Troppe son le versioni che nelle ultime ore si diffondono grazie a radio bemba. Quel che è vero, e senza dover ricorrere a giochi della fantasia, è la risposta ritardata ed imprecisa del governo messicano. Nel 2006, l'allora Ministero della Salute, nel quadro della formulazione dell'Associazione per la sicurezza e la prosperità dell'America del nord (Aspan), una sorta di Trattato di libero commercio plus, ma con l'importante capitolo della sicurezza continentale, scriveva un documento di 81 pagine con il laborioso titolo di «Piano nazionale di prevenzione e risposta di fronte all'epidemia influenzale». Il documento riconosceva, d'accordo con le autorità americane, l'assoluta certezza che prima o poi un'epidemia influenzale si sarebbe diffusa nel continente. Si legge nel documento: «L'orologio dell'epidemia corre, ma non si sa che ora stia segnando».
Il piano segnala che, secondo dati statistici, all'ora di esplodere l'epidemia, ci sarebbero «200.000 morti in sei mesi, mezzo milione di ricoverati». Il problema del documento è che in nessun momento contempla la mutazione virale e si concentra solo sull'influenza aviaria. E quindi oggi non è difficile immaginare i magazzini del ministero della sanità strapieni di medicinali anti aviari, ma svuotati di quel che oggi sarebbe utile.
Ma quel che soprattutto risulta colpevole è il ritardo della denuncia pubblica e delle contromisure. Nell'epoca dell'informazione le notizie corrono ed oggi si sa che i primi casi risalgono ormai a quasi sei mesi fa. E allora che hanno fatto le autorità? Nulla. Hanno solo cercato di contenere il problema. E, soprattutto, atteso fino ad inizio aprile per inviare le provette negli Usa (perché qui in Messico i laboratori ancora non sono attrezzati) e scoprire l'esistenza di un nuovo virus.
Ciononostante, l'attenzione è già stata distolta. La violenza del narcotraffico continua a uccidere con lo stesso ritmo dell'inizio dell'anno, ovvero in aumento rispetto alle già allarmanti cifre dell'anno scorso, ma pochi ne parlano. Il feminicidio di Ciudad Juarez, proprio in questi giorni messo a processo dalle istanze internazionali, scompare e le donne assassinate che continuano a morire non si contano più, a differenza delle morti per virus. L'attentato a un leader del sindacato democratico dei maestri passa inosservato e anche se il suo assistente è morto con due colpi di pistola in testa, nessuno muove un dito.
E sono solo alcuni fatti di questi giorni. Il decreto presidenziale che concede poteri speciali alle autorità messicane ha già creato le prime vittime: la manifestazione del primo maggio è stata sospesa e si chiede ai partiti politici, che la prossima settima avrebbero dovuto cominciare la campagna elettorale in vista dell'importante scadenza del 5 luglio prossimo, di sospendere ogni attività di proselitismo di massa. Ancor di più: si dice apertamente che si considera annullare le elezioni stesse. D'altra parte, se si ammette che il vaccino per il virus potrebbe essere trovato solo tra sei mesi, il governo sta riuscendo a mettere in quarantena non solo la società messicana, ma l'intero prossimo futuro.
La società messicana. Facile parlarne, difficile capirne le reazioni e le conseguenze che avrà la fase attuale. Il panico si diffonde a velocità maggiore del virus stesso. La paura è oggi più comune della normale leggerezza con cui si affronta la vita da queste parti. Il sospetto è incrostato ormai negli interstizi delle relazioni interpersonali. L'abbraccio o il bacio o semplicemente la stretta di mano, così comuni in questa città, diventano tabù. Lo starnuto o un cenno di colpo di tosse motivo sufficiente per isolare il prossimo. Gli sguardi s'incrociano da dietro le quasi inutili mascherine distribuite incessantemente o vendute a prezzi assurdi nelle farmacie. Quegli sguardi che cercano di individuare nei volti altrui i segni di una malattia che non si conosce, perché comunque sia l'influenza, anche quella umana, qui non è comune. E il risultato qual è? Contribuire a completare lo strappo sociale. La coesione sociale già messa in crisi dall'alta disponibilità di violenza promossa dalla famigerata guerra al narcotraffico, oggi riceve un ulteriore colpo alla sua esistenza.
A questo punto è sempre più difficile comprendere le proporzioni tra incompetenza e pianificazione da parte del governo messicano. Perché è vero che le autorità hanno reagito con colpevole ritardo. Ma è anche vero che i risultati che stanno ottenendo fanno sospettare altre intenzioni. La crisi istituzionale e sociale, assieme a quella crisi economica, rischiava davvero di mettere in ginocchio non tanto la società messicana ma chi pretende governarla. Ed allora, se non è possibile recuperare la legittimità persa sin dall'inizio (grazie alle fraudolente elezioni presidenziali del 2006) e non vi è comunque interesse a farlo, forse risulta più utile il colpo di mano, il terrore lanciato dai microfoni governativi che riesce a fratturare la coesione antigovernativa che si sta, volenti o nolenti, creando nella società messicana.
Pare casuale e probabilmente lo è, ma che questa crisi giunga proprio a poche settimane dalle elezioni e giustamente a pochi mesi dal cabalistico anno 2010 (centesimo anniversario della Rivoluzione messicana e duecentesimo dell'Indipendenza) non può impedirci di pensare alla possibilità che questo virus sta offrendo all'attuale classe politica messicana. Il decreto presidenziale che citavamo prima parla chiaro in questo senso. Tempi indefiniti (sino a fine crisi, ovvero, quando?) per le misure eccezionali che tra l'altro permettono alle autorità di entrare in casa di chiunque, di comprare medicinali e strumenti sanitari al di fuori del controllo parlamentare, vaccinare chiunque senza ordine medico e, soprattutto, offrono la possibilità di sciogliere qualsiasi riunione di più di quindici persone.

27 aprile 2009

Influenza suina. Intervista Matteo Dean

Un'intervista realizzata per il telegiornale delle ore 12 di lunedì 27 aprile per RaiNews24.
Qui il video.

26 aprile 2009

Città del Messico, cittadinanza in quarantena

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 27 aprile 2009
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Audio dell'intervista realizzata con Global Project.
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Sembra fatto apposta. Quando l’anno scorso si cominciò a parlare di crisi finanziaria e si cominciavano a intravedere i segni dell’attuale crisi economica, il governo messicano, attraverso il suo ministro delle finanze, parlava “di un leggero catarro” per l’economia nazionale. Qualche mese dopo, smentito dai fatti - mezzo milione di disoccupato negli ultimi due mesi del 2008 -, il governo dovette correggersi: “questa è una polmonite”. La metafora, già di per sé un po’ sfortunata, sembra in questi giorni aver riscosso il prezzo dell’abuso verbale.
Dal mese d’ottobre scorso, il sistema sanitario affronta il problema del virus influenzale. Un virus poco conosciuto in questo paese, per ovvie ragioni latitudinali. Ma da ottobre, ovvero da oltre sei mesi, il sistema sanitario non riesce a contenere il problema. E mentre nella società si promuoveva la dubbia pratica delle vaccinazioni antinfluenzali, negli ospedali gli stessi operatori sanitari si ammalavano. Ed alcuni morivano. È il caso di due studenti all’ultimo anno di praticantato presso l’ospedale Juarez della capitale messicana.
Poi il 24 aprile, giornata che sarà ricordata, non solo per l’annuncio senza precedenti della sospensione delle lezioni scolastiche di tutti i livelli, ma anche per lo scoppio di questa che ha ormai assunto i contorni di un’altra, ennesima, crisi. Se ne parlava ancora poco quella sera dell’influenza. E tornato a casa, incontravo la mia compagna che è dottoressa. Mi raccontava delle morti (20, solo presso l’Istituto Nazionale di Malattie Respiratorie) e mi descriveva il livello di panico crescente tra i colleghi. La bruttissima sensazione di essere abbandonati, la negazione da parte delle autorità di somministrare i vaccini, il rifiuto di offrire le minime misure di profilassi. Ne parlavamo con stupore e un certo fastidio. E pensavamo a come denunciare la situazione: migliaia di studenti e medici ed infermieri (oltre agli stessi pazienti) esposti perché il governo negava l’emergenza sanitaria. E poi la sorpresa. Alle undici di sera, in catena nazionale, quando ormai tantissimi stanno già dormendo (a Città del Messico, le scuole cominciano alle sette di mattina e molti si svegliano addirittura alla cinque), il Ministro della Salute del Governo federale annunciava la sospensione delle lezioni a tutti i livelli e in tutta l’area metropolitana.
Il panico ci ha messo poco a spargersi. La mattina seguente i mezzi di comunicazione hanno cominciato il loro lavoro d’informazione e disinformazione. Perché in effetti sino ad oggi sono poche le informazioni reali e attendibili sui reali effetti di questo nuovo virus. Al contrario, si diffondono quasi con eccesso consigli ed avvertenze. Si consiglia di tapparsi la bocca e di lavarsi le mani con certa frequenza. Si consiglia di evitare abbracci, strette di mano e baci (anche solo sulle guance), così comuni nelle relazioni interpersonali tra messicani. Si avverte che il virus è trasmissibile con estrema facilità. Si avverte che, per decreto presidenziale, i membri del Ministero della Salute potranno, tra le altre cose, entrare in casa di chiunque se questo dovesse servire a prevenire il contagio; potranno iniettare qualsiasi medicina considerata pertinente a chiunque giudichino a rischio; potranno, con l’aiuto delle forze dell’ordine, sgomberare qualsiasi riunione considerata a rischio: locali e discoteche, ristoranti, chiese, teatri e cinema, centri culturali. Ma anche qualsiasi manifestazione politica sarà sostanzialmente proibita. La cosa curiosa è che la sospensione delle attività scolastiche durerà sino al prossimo 6 maggio, mentre il decreto citato ha una durata “indefinita”. E intanto, l’esercito messicano è nelle strade della capitale: solo a distribuire mascherine, per ora. Stato d’eccezione per un’influenza d’eccezione.
Domenica mattina la città appare spettrale. Già la sera precedente, sabato, si poteva notare l’assenza delle solite masse di giovani e meno giovani che affollavano i locali, che occupavano le piazze. Ma la domenica, classica giornata dedicata alla famiglia, alla fede ed al riposo, magari fuori porta, magari con una passeggiata in centro, la situazione appare davvero surreale. Pochi per strada, spostamenti ridotti al minimo. Ospedali e cliniche e farmacie affollatissime. Anche i mercati sono presi d’assalto da coloro che pensano che passeranno la settimana chiusi in casa.
Eppure le misure adottate dai governi, quello locale e quello nazionale, cominciano a sembrare sempre più contraddittorie. Così come le informazioni che si trasmettono. Si dice, per esempio, che il virus sia una mescola tra virus umano e suino. E, soprattutto, che sia un virus sinora sconosciuto a livello mondiale. Eppure si dice che le persone vaccinate nei mesi scorsi sono al riparo. Così come che ci sarebbero le medicine sufficienti a curare tutti i casi. Allo stesso modo, si riconoscono sinora 20 morti accertate a causa di questo temibile virus. Gli altri casi è impossibile verificarli, perché in Messico non esistono gli strumenti per identificare il malefico virus. Domenica scorsa, il governo ha annunciato che entro tre giorni vi saranno in Messico gli strumenti menzionati. Ovvero solo 6 giorni dopo lo scoppio dell’emergenza. Dieci giorni di stop assoluto a tutte le attività ludiche e di divertimento. Così come delle attività scolastiche. Ma da lunedì 27 aprile si ricomincia a lavorare. È curioso infatti che seppure il Ministro della Salute riconosce che la fascia d’età più colpita dalla malattia sia quella che va dai 20 ai 50 anni, si lascino a casa praticamente tutti i minori di 20 anni, e gli altri a lavorare. Allo stesso modo risulta strano osservare gli aerei sorvolare la città con la normale continuità. Il turismo è sacro per il Messico e la sua economia e quindi nulla si fa per controllare l’entrata e l’uscita dalla città. Gli altri paesi possono aspettare si potrebbe dire, non senza un certo senso di egoismo patriottico. Ma gli altri stati del paese? Mi telefona un amico, da Oaxaca (città dove si dice che tutto sarebbe iniziato). Son già morte due persone da queste parti, mi racconta. Lui è maestro e mi chiede cosa fare: andare a lezione o no? Perché nella capitale è tutto sospeso e altrove no? Gli rispondo che se non se la sentissero, lui e i colleghi dovrebbero disobbedire. Ma disobbedire, a cosa? Lo vedremo nei prossimi giorni, giacché il governo si è rifiutato di fermare ogni attività produttiva ed economica. Certo, ha chiesto alle organizzazioni imprenditoriali di tollerare eventuali ritardi e assenze del personale. Ma questo personale andrà a lavorare? Non sarà sufficiente la paura a lasciarli a casa? Forse quella no, ma 30.000 madri sicuramente ci penseranno, dato che altrettanti bambini non potranno andare né a scuola né agli asili nido.
L’effetto biopolitico dell’attuale crisi sanitaria è travolgente. Non è solo la paura generalizzata, il sospetto costante che ti obbliga a guardare di traverso chiunque accenni un colpo di tosse. Non è solamente l’azzeramento di ogni specie e genere di socialità in questa capitale famosa per la sua capacità allegra di convivere. È anche altro. Alcuni dicono che a differenza della violenza del narcotraffico - altro elemento di psicosi sociale di questi ultimi mesi -, che generalmente coinvolge solo chi ne ha a che fare, l’attuale crisi potenzialmente colpisce tutti. In modo assolutamente trasversale, apolitico e agnostico. E quindi le tentazioni sono molte. Non solo quella di chiudersi in casa e rifiutare ogni contatto con il prossimo, ma anche quello della fuga. Via, via da questa città impestata. Magari fuori dal paese. In maggio dovrebbe cominciare ufficialmente la campagna elettorale per le elezioni federali del prossimo 5 luglio (si rinnova metà Congresso federale), e si è già istruito i partiti affinché non realizzino iniziative massive di proselitismo. Figuriamoci la manifestazione del primo maggio, sospesa. Scontato invece il richiamo all’unità nazionale e tutti, per ora, sembrano accodarsi.
La paura purtroppo si giustifica. Non è tanto il timore di ammalarsi, ma piuttosto quello di non essere curato. Se accettiamo che i medicinali attuali non servono e che vaccini non esistono, allora ci si domanda ‘cosa farò se mi ammalo?’. Le voci son tante ed anche troppe. Si dice, per esempio, che son molti di più i morti di quelli dichiarati. Che molti medici stiano dicendo ai parenti dei defunti di dichiarare altre cause della morte. Che molti medici stiano ricevendo minacce da parte di qualcuno perché non rilascino dichiarazioni alla stampa. E il sospetto, non verso il prossimo ma anche verso il governo, s’impadronisce della quotidianità. Insomma, c’è il sospetto che più che oltre l’epidemia d’influenza, vi sia anche un’importante epidemia di bugie.

25 aprile 2009

Slim "arrebata" a panameños proyecto hidroeléctrico

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 25 de abril de 2009.
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El proyecto hidroeléctrico Bajo La Mina, que se construye en la cuenca del río Chiriquí Viejo, cerca de la frontera entre Panamá y Costa Rica, es fruto de la corrupción gubernamental y compromete seriamente el equilibrio ecológico de la región, afirma Jaime Caballero, dirigente del Frente Nacional por la Defensa de los Derechos Económicos y Sociales en Panamá (Frenadeso).
Según Caballero, quien también funge como subsecretario del Sindicato Único Nacional de Trabajadores de la Industria de la Construcción y Similares (Suntracs), la empresa CILSA (del Grupo Carso), responsable del proyecto, aplica además políticas antilaborales que afectan seriamente a los trabajadores.
El proyecto Bajo La Mina, pensado para producir cerca de 54 MW (con dos unidades generadoras de 27 MW cada una) y que costará a la empresa CILSA alrededor de mil 470 millones de pesos mexicanos, empezó a construirse el 27 de julio de 2007 y se prevé que empiece a operar entre 2009 y 2010.
De acuerdo con Jaime Caballero, la concesión del proyecto a la empresa del Grupo Carso, del empresario mexicano Carlos Slim, está plagada de irregularidades, pues ganó la licitación "corrompiendo a las autoridades panameñas".
Puntualiza: "Es extraño, por ejemplo, que el mismo Martín Torrijos, presidente panameño, haya recibido cinco visitas de Carlos Slim desde que asumió la presidencia en 2004.
"De hecho, sabemos que el mismo ministro del Trabajo, Edwin Salamín, intervino en la concesión del proyecto a la empresa de Slim".
El dirigente del Frenadeso dice que no puede comprobar sus señalamientos, pero afirma que originalmente, en 1997, el proyecto fue asignado a otra empresa: La Mina Hydro-Power, que supuestamente no respetó los tiempos previstos de construcción y la Autoridad Nacional de los Servicios Públicos (ASEP) le canceló la concesión otorgada y volvió a subastar el proyecto.
Al respecto, un portavoz de La Mina Hydro-Power reconoció que hubo un retraso para arrancar la construcción pero, según él, la ASEP se apresuró a cancelar la concesión del proyecto hidroeléctrico Bajo La Mina.
Pero no sólo eso, dijo, también les canceló otro proyecto, que también le fue adjudicado al grupo de Carlos Slim.
Así, el 10 de mayo de 2007, la ASEP autorizó a la empresa "CICSA Panamá SA" (brazo operativo de CILSA) la construcción del proyecto hidroeléctrico.
Con una oferta de 31 millones 780 mil dólares, CICSA ganó la licitación no sólo para construir la planta Bajo La Mina –a cargo de otra empresa dependiente del Grupo Carso, la Impulsora del Desarrollo y el Empleo en América Latina (IDEAL)–, también logró la concesión para la "generación, transmisión y venta de energía por las aguas del río Chiriqui Viejo de Panamá".
Y hay que recordar que la concesión es para 50 años, renovables por otros 50, dice Caballero.

Las demandas

En octubre de 2008, representantes legales de la empresa La Mina Hydro-Power, propiedad de Complejo Hidroeléctrico Progreso SA, interpusieron una demanda contra ASEP ante la Corte Suprema de Justicia de Panamá, para pedir "la nulidad" de la concesión y una indemnización por los seis millones de dólares que se invirtieron en los estudios del proyecto.
Así mismo, denunciaron el plagio de los planes de construcción de la planta, ya que "la ASEP utilizó, sin autorización, la información que detallaba los planos en las especificaciones" del proyecto.
La empresa de origen panameño también interpuso una denuncia ante el Consejo Nacional de Transparencia Anticorrupción (CNTA) por supuestos actos de soborno.
De acuerdo con Jaime Caballero, "la razón oficial para que el gobierno esté licitando la construcción y gestión de plantas hidroeléctricas a empresas privadas es porque se estaría agotando la capacidad de producción energética en Panamá".
Sobre ese punto, el director nacional de Electricidad de la ASEP, Rafael de Gracia, señaló que "se necesita que el componente hidro crezca respecto del térmico en una relación entre 70 y 30% u 80 y 20%".
Sin embargo, el dirigente de Frenadeso afirma que "las plantas hidroeléctricas son parte del Plan Puebla Panamá y la producción se irá hacia Centroamérica".
Abunda: "Cuando uno va al lugar de la construcción, se ve claramente que las torres de interconexión que se construyen están dirigidas hacia Costa Rica".
En el mismo sentido se pronunció, en agosto de 2008, la Federación Costarricense para la Conservación del Ambiente (Fecon), al señalar la intención del gobierno de ese país de abrir paso a la producción privada de energía eléctrica, y mencionó que en los planes estaba contemplada la empresa anónima Propietaria de la Red, creada en Panamá, que es la que construye la red de transmisión de alta capacidad que va desde Panamá hasta Guatemala, con una extensión de mil 800 kilómetros.
Y si bien no mencionó directamente el proyecto de Carlos Slim en Panamá, señaló que hay "multiples proyectos de producción privada de energia en la región".

Problema ambiental

Los miembros de Frenadeso han denunciado también la contaminación ambiental y el daño ecologico que ha provocado el proyecto hidroeléctrico.
Caballero explica que "están contaminando las aguas del río porque utilizan químicos sin control alguno para fraguar el túnel de desvió de las aguas".
Y añade: "No tienen las tinas de tratamiento de los químicos y éstos se van junto a los sedimentos hasta la planta potabilizadora de Paso Canoas, justo a la frontera con Costa Rica, en el distrito de Barú".
El pasado 12 de marzo, el director del Instituto de Acueductos y Alcantarillados Nacionales (Idaan) en Chiriquí, Guillermo Ardila Cuenta, confirmó la denuncia de Frenadeso al manifestar que la construcción sobre el río Chiriquí Viejo "está provocando serios daños a la planta potabilizadora, lo que potencialmente afectaría la vida de 45 mil personas, que son las que dependen de esa planta de tratamiento de aguas".
Sobre ese punto, Caballero dice: "No estamos aún logrando medir el tamaño del daño que se está produciendo, aunque el año pasado se contaron más de 500 niños afectados por diarrea".
E insiste: "Están destruyendo todo (…) hay tala indiscriminada de árboles y kilómetros de perforaciones en las montañas. Se dañaron asentamientos precolombinos y se afectó la vida de las comunidades indígenas de la región, ya que no los dejan siquiera bajar al río".
Ante ello, el pasado lunes 13 los ecologistas de la región interpusieron una demanda ante la Fiscalía por los Delitos Ambientales contra CILSA, "por daños ecológicos del proyecto Bajo La Mina".

Conflicto laboral

De acuerdo con Caballero, la empresa del Grupo Carso "se hizo de un sindicato amarillo (sindicato fantasma) que conocemos muy bien": el Sindicato de Trabajadores de la Industria de la Construcción y Perforación de Panamá (Siticopp), cuyo secretario es José Valerín.
El dirigente sindical afirma que ese ente "encubre las decenas de accidentes ocurridos en las instalaciones de la empresa CILSA y nos niega la información precisa acerca del número de accidentes".
No obstante, dice, "nosotros, gracias a los testimonios de los trabajadores, tenemos contabilizados al menos 18 accidentes graves hasta la fecha y nos han dicho también que hubo ya tres muertos en la obra".
Añade que "justo por los testimonios de los trabajadores que hablan con nosotros, sabemos lo que sucede en las instalaciones, donde sólo hay una ambulancia para un proyecto de alrededor de mil obreros con seis frentes distintos y distantes uno de otro".
Además, relata, se tienen problemas por pagos incompletos y en los túneles las medidas de seguridad son muy escasas, ya que no tienen reservas de oxigeno, agua ni extinguidores.
Así mismo, "los trabajadores no tienen copia de su contrato laboral y se les descuenta dinero por una póliza de seguro que no funciona porque nadie la ha visto y los accidentados no se han beneficiado. Y, lo peor, hay capataces extranjeros que hacen presión para que los trabajos se realicen más rápidamente".
Puntualiza: "Son tres mexicanos en particular y son utilizados como capataces hacia los trabajadores; están trabajando de ilegales, pues no tienen lo papeles en regla".
Y afirma que, según la legislación panameña, "los trabajos no técnicos son exclusivos de los trabajadores nacionales, y fue así como llegamos a la denuncia de estos personajes".
A ese respecto, señala que las denuncias del Suntracs han llegado hasta el Ministerio de Trabajo y Desarrollo Social (Mitradel) a través de dos oficios.
En el primero, fechado el 23 de marzo de 2009 y dirigido a Israel Correa, director del Mitradel de la Provincia de Chiriquí, se solicita la "inspección urgente al proyecto Bajo La Mina [...] toda vez que se han dado 18 accidentes".
Y se lee en el documento: "Esperamos que la presencia del exdirector del Mitradel, Frorentino Samudio, que ahora es funcionario de CILSA, no esté incidiendo en el encubrimiento de todas las anomalías que ponen en peligro la vida de los trabajadores de esta empresa".
En el segundo oficio, con la misma fecha, el Suntracs denuncia que CILSA "ha contratado a un número indeterminado de extranjeros para realizar labores inherentes sólo a los panameños, tal es el caso de contratación de capataces, violando la Constitución, el código del trabajo y las normas de migración".
Por esta razón, solicitaron a la autoridad laboral que "verifique el status migratorio de Juan Manuel de León (mexicano), José Refugio de León (mexicano), Raúl Flores (mexicano), Barcineo Martínez (mexicano), Jhon Mario Osorio (colombiano) y Jhon Pais (colombiano)".
Hasta ahora, señala Caballero, solamente el segundo oficio tuvo una consecuencia, pues "el pasado 1 de abril se hizo un operativo con Migracion a las 6 de la mañana, pero cuando llegaron los inspectores ya le habían avisado a estos señores (los extranjeros), de tal manera que no encotraron a nadie".
Según los trabajadores, dice, estos señores fueron sacados del proyecto en un carro de CILSA y devueltos unas horas más tarde.

16 aprile 2009

Sulle rotte dei narcoaviones

Il reportage, a cui ho partecipato, è stato pubblicato sul sito italiano RaiNews24 il giorno 16 aprile 2009
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Alcuni di questi jet d'affari compaiono negli elenchi consegnati al Consiglio d'Europa per le indagini sui voli Cia sul sequestro di presunti terroristi.
Fallito il Plan Colombia, che era stato siglato nel 2000 tra governo statunitense e colombiano per contrastare la produzione di coca attraverso le fumigazioni aeree, oggi la lotta al narcotraffico si è spostata in Messico, vero eldorado dei trafficanti di droga, dove è stato lanciato il poderoso Plan Merida.
Vedi qui il videoreportage a cura di Mario Forenza.

15 aprile 2009

Nos vemos en 2010!

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Carmilla il giorno 15 aprile 2009
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Vittorio Sergi, Il vento dal basso: nel Messico della rivoluzione in corso, prefazione di John Holloway, Ed.it, Catania, 2009, pp.275, € 16,00.

“Tutto può accadere finché la storia è accesa”, così conclude Vittorio Sergi le oltre duecento pagine di esplorazione del Messico “di sotto”. Ed effettivamente, se molte cose sono accadute e in queste pagine uno se ne può rendere conto senza dover leggere nulla tra le linee, molto potrà accadere. Non è difficile capirlo dal ricco e intenso testo che ci presenta il ricercatore Vittorio Sergi, studioso che solo per origini anagrafiche definiamo qui italiano. Perché i contenuti del suo primo libro tradiscono, non senza una certa legittima presunzione, la sua traiettoria: in quanto ricercatore, certo, ma soprattutto in quanto militante di quell’area politica che, dopo aver letto il suo libro, ci riesce difficile definire sinistra. Potremmo forse definirla ribelle, anche se dalle parole dell’autore ci sentiamo legittimati di nuovo, e senza paure, a definire rivoluzionaria.

Già dallo stesso titolo, Vento dal basso, si intuisce da che parte ci troviamo. E per fortuna. Perché è difficile oggi trovare un testo che seppur senza approfondire troppo alcuni temi - il che lascia sperare che un domani si possa farlo -, riesce a coniugare il racconto con l’analisi integrale, complessa, di un fenomeno per nulla delimitato nel territorio.
Ci troviamo in Messico e ci troviamo negli ultimi cinquant’anni. Ma potremmo trovarci in Europa, in Italia, o anche altrove. L’importante è che ci siamo, ancora una volta. Dopo le tragiche conclusioni di un ciclo di lotte, in Messico e altrove, lo neo-zapatismo, che senza dubbio è il protagonista di questo libro, ha risvegliato non solo la speranza di coloro che rischiavano di perderla quando si annunciava la fine della storia, ma anche la capacità di sentirci umani, vivi e con la possibilità, nonché con le ragioni, di continuare a lottare per democrazia, giustizia e libertà. La conclusione ottimista che si raccoglie nel testo non è però frutto di un sogno o solamente di una speranza, ma è il dato di fatto conseguenza della storia che nel libro si racconta: quella del Messico "di sotto".
Il libro ha innanzitutto il pregio di ricreare il contesto messicano e collocarlo in quel che gli zapatisti messicani definiscono la “Quarta guerra mondiale”, ovvero la guerra che il capitale - nella sua versione neoliberale - ha dichiarato all’umanità. Un accorgimento importante e ben spiegato, raccolto anche dalla lusinghiera presentazione al testo firmata dal ricercatore irlandese John Holloway, che riesce - una volta per tutte? - a rompere il mito secondo cui il neo-zapatismo sarebbe un movimento pacifista. Gli zapatisti sono in guerra, spiega l’autore, pur avendo fatto una scelta strategica di dialogo pubblico e pacifico. Ciò non toglie l’urgenza di mantenersi armati e costituiti in esercito per difendere quanto conquistato sinora, ma anche per mantenere una via aperta, una possibilità. Perché, come si evince dal testo, il Messico contemporaneo ha offerto e continua a offrire pochissime altre alternative.
Vi è poi dell’altro, ovvero la cura nel raccontare i decenni di lotte sociali in Messico. Un racconto quasi appassionante, soprattutto per coloro che il Messico lo conoscono alla luce dell’esperienza zapatista, perché ha la capacità di riassumere in poche pagine le ragioni che mossero tanti e tante a imbracciare le armi pur di non morire inginocchiati di fronte a quella che Vargas Llosa ha definito la dictadura perfecta. Una aspetto non secondario, anche alla luce delle altre esperienze armate in Messico che il testo approfondisce. In questo senso, infatti, è giusto anche che Sergi rompa il mito della guerriglia buona (gli zapatisti) e quella cattiva (i marxisti-leninisti dell’EPR), che ha contaminato anche molte visioni “da sinistra” della lotta politica in Messico.
Inoltre, in Vento dal basso troviamo un’accurata analisi di due aspetti fondanti del neo-zapatismo e delle lotte che ha ispirato. Il primo, il carattere costituente del progetto dell’EZLN. L’autonomia realizzata e in fieri allo stesso tempo, la riflessione interna, esterna e contraddittoria tra politica e guerra, sull’uso della violenza e sul carattere propositivo e dirompente dell’organizzazione neo-zapatista. Il secondo, la natura indigena delle lotte sociali in Messico. Certo, non è un’esclusiva indigena la lotta per l'emancipazione e per la giustizia. Ma Sergi riesce sinteticamente a porre la questione della contraddizione tra visioni del mondo indigene in Messico e quella apparentemente egemone, ovvero quella che semplicisticamente definiremmo occidentale.
Infine, che dire del dibattito sul fatto che l’esperienza dell’EZLN apparterrebbe alla post-modernità e che la sua sarebbe una guerriglia “di carta” o solamente comunicativa? Be’, andate a vedere con i vostri occhi in Chiapas e in Messico, dove l’esperienza si è riprodotta con le dovute specificità. Ma, prima, leggete il libro di Vittorio Sergi, che anche su questo punto smentisce i fautori del romanticismo neo-zapatista e ci offre un’efficace interpretazione della lotta politica contemporanea in Messico.

13 aprile 2009

Las enseñanzas del G20

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 13 de abril de 2009
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La recientemente concluida cumbre de los 20 grandes (G-20), en la ciudad de Londres, nos dejó muchos elementos para reflexionar en los dos perfiles: el de la crisis en sí misma y el de los movimientos sociales que a este tipo de globalización y al modelo neoliberal se oponen y se han opuesto a lo largo de años recientes. Vamos a ver algunos.

La crisis. Si algo quedó claro en las declaraciones de los 20 jefes de Estado y de gobierno que en Londres se reunieron para tratar de ofrecer soluciones a la grave crisis económica que se está viviendo, es el hecho de que no tienen soluciones. Primero, porque haciendo caso omiso a muchas voces –algunas de la cuales, de cierta forma, se escucharon también dentro del mismo Grupo de los 20– que sostienen que es necesario volver a replantear las reglas del juego global, los 20 grandes no pudieron hacer más que unir esfuerzos en la dirección ya tomada a escala nacional por muchos participantes en esa reunión: inyectar dinero y más dinero al sistema. Algo que suena ya no solamente peligroso (¿quién pagará las deudas futuras?), sino absolutamente inútil, pues la materialidad de esta crisis se ha mostrado con toda su crueldad en la sociedad de los que estamos abajo y la inyección de recursos económicos no ha hecho nada más que mantener vivo al moribundo sistema actual. Es como seguir inyectando adrenalina a un cuerpo cuyo corazón está por pararse: vencen el susto y seguramente garantizan unos minutos más de vida, pero no lo salvan de muerte segura. Otra, es la intervención necesaria.

Segundo, no se puede seguir jugando con las mismas reglas cuando esta crisis ya ha modificado al mundo. A un año de su estallido más evidente, ya no son los ocho grandes (el G-8) quienes deciden. Ya no está Bush. Ya China e India marcan su papel con más firmeza. La Unión Europea (UE) se deslinda de Estados Unidos y mira más hacia Moscú.

Finalmente, la cumbre de Londres enseñó algo más: la debilidad, ahora sí, de este tipo de reuniones. Ya no son las cumbres de los grandes que servían, antes que todo, para mostrar su poder y su potencia, para ofrecer la imagen del gobierno del mundo globalizado.

Al contrario, en Londres se vieron los rostros del susto y de la ausencia de ideas. Parece ayer cuando los grandes del mundo se reían de los que protestaban afuera de las cumbres –desde Seattle. Aquí en México hasta los tacharon de globalifóbicos. Y ahora ellos son los que tienen miedo que el modelo de la explotación permanente y de la riqueza virtual y fugaz se les escape definitivamente de las manos.

La protesta. En cuanto se produjo la protesta en la cumbre de Londres, inmediatamente fue tachada como violenta por los comentaristas de siempre, pero en realidad presentó algunas novedades y confirmaciones. Primero, la relación entre la multitudinaria presencia en las calles londinenses y la forma radical de las protestas. Adentro de la crisis no hay posible respuesta que no sea aceptar el fin de cualquier mediación, de cualquier reformismo posible. Y no porque sea necesario ser violentos o malos, sino porque respuestas desde el punto de vista reformista simplemente no son posibles. Lo dejan entender los mismos miembros del G-20. Y la violencia que se pudo desatar en Londres, hay que admitirlo, tuvo un gran consenso social. Segundo, el formato de las protestas fue absolutamente novedoso, pues al contrario de las grandes protestas internacionales recientes (por ejemplo el G-8 en Rostock, en 2007), las organizaciones no se unieron tras la afinidad ideológica o de prácticas políticas y de formas de protestar. Siempre iban los pacifistas de un lado, los del llamado bloque negro del otro, etcétera. Esta vez fueron las temáticas las que congregaron distintas personas y distintas prácticas: salieron los cuatro caballos del Apocalipsis rumbo a la City, para asediarla. El caballo rojo en contra de la guerra; el verde del cambio climático y de los problemas ambientales; el plateado en contra de los crímenes financieros, y el negro en contra de las privatizaciones de los bienes comunes y del cierre de las fronteras.

La propuesta. Ratificando una vez más la crisis de la representación política de las democracias formales, la protesta supo evidenciar también otro aspecto. Porque es claro que las formas radicales de protesta no pueden y no deben quedarse en la búsqueda de la satisfacción casi personal, del desahogo y hasta de la exhibición estética. Lo que necesita el ser radical es también proyecto y propuesta.

La crisis ha roto la clásica relación entre protesta y desarrollo. En Londres las luchas no pedían más, exigieron menor desarrollo, es decir, un cambio de asimetría. Las protestas –y no sólo las de Londres, sino también las de las semanas anteriores en Francia– plantearon desde abajo el control de las formas de producción de energía y alimentos en la búsqueda de nuevas maneras colectivas de comunicar y de gestionar la riqueza producida por aquellas producciones, misma que hoy vemos volatilizada por las especulaciones financieras.

Entonces, es la independencia de esos procesos lo que hoy se pide. Por decirlo en otras pa-labras: las luchas que se vieron en Londres, como las que aparecen cada vez más seguido en la UE, como las que observamos en muchos lados del pla neta, hablan el lenguaje de la búsqueda de una li beración de los lazos impuestos por el capital, hacia una independencia. Es decir, hacia un nuevo proceso constituyente.

 
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