15 agosto 2009

Assoluzione di Stato per una Strage di Stato

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 15 agosto 2009
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Alle tre di notte del 13 agosto, hanno lasciato il carcere di Amate 20 degli oltre 80 condannati in via definitiva per la strage del 22 dicembre 1997 nella comunità di Acteal, nella regione Los Altos dello stato messicano del Chiapas, in cui persero la vita 45 tra uomini, donne e bambini. Rilasciati su ordine diretto della Corte Suprema di Giustizia (SCJN) messicana, i 20 indigeni sono immediatamente tornati nelle loro comunità d’origine, sulle montagne che circondano Acteal e Chenalò, capoluogo municipale della zona. Nei prossimi giorni, lo stesso supremo organo di giustizia messicana deciderà la sorte di altri 6 indigeni implicati negli stessi fatti.
La scarcerazione di parte dei colpevoli della strage del 22 dicembre 1997 che segnava l’inizio del periodo più cruento dell’attività paramilitare in Chiapas, organizzata e promossa dal Governo federale messicano dell’allora presidente Ernesto Zedillo contro la ribellione dell’EZLN, piove come una doccia fredda sui familiari delle vittime di quel giorno tremendo. Ed anche se la decisione della SCJN non smette di sorprendere chi in questi anni ha cercato giustizia per una delle stragi più efferate degli ultimi vent’anni di storia messicana, è chiaro ai più che questa è solo la logica conseguenza di un lungo processo di revisionismo storico, prima che giuridico, che l’attuale governo, assieme a diverse organizzazioni “accademiche” e della “società civile”, ha promosso.
Il 22 dicembre 1997, nel tardo pomeriggio, un gruppo importante di paramilitari irrompeva nella comunità di Acteal, i cui abitanti aderivano all’organizzazione Las Abejas, simpatizzante ma non appartenente all’EZLN. In un contesto che vedeva l’allora governo messicano impegnato nel contrasto della ribellione indigena attraverso la creazione di numerosi gruppi paramilitari nella regione (secondo i dettami dei manuali statunitensi di “contro guerriglia”), la strage di Acteal segnava il culmine di un lungo periodo di pressione violenta ed armata esercitata contro le comunità base d’appoggio (quindi civili) dell’organizzazione zapatista. Ma segnava anche l’inizio di un ciclo di attacchi paramilitari diretti e mattanze contro quelle stesse comunità che sarebbe continuato per diversi mesi. Si chiamava “guerra di bassa intensità”, ma mieteva vittime innocenti comunque, come una guerra vera e propria. Ed anche se sin dall’inizio la complicità delle autorità era evidente (la polizia statale presente sul luogo e testimone oculare dell’evento protette e “scortò” gli attaccanti; funzionari del governo locale modificarono la scena del delitto prima che vi giungessero gli uomini della Procura; l’Esercito messicano fornì di fucili d’assalto gli attaccanti pochi giorni prima della strage; ecc.), tanto che il governatore dello stato, Julio Cesar Ruiz Ferro, e l’allora ministro degli interni federale, Emilio Chuayffet Chemor, dovettero dimettersi, nel corso degli anni la Procura Generale della Repubblica (PGR) riuscì solamente ad individuare una ottantina di esecutori materiali della strage. Gli autori intellettuali e i mandanti scomparvero dalla scena. Chi riappare con prepotenza invece sono i colpevoli d’aver sparato, d’aver aperto ventri e crani con i machete, d’aver inseguito chi scappava su per le scarpate pur di salvarsi. 20 degli oltre 80 paramilitari, ampiamente riconosciuti da decine di testimonianze dei sopravvissuti di quel giorno, sono liberi, perché secondo la tesi della SCJN, sono stati condannati in seguito a un processo penale imbottito di vizi di forma e di prove “fabbricate” dagli investigatori della PGR. Insomma: le testimonianze sono valide, ma le prove a confermarle sono fasulle o fabbricate o comunque non valide secondo il codice di procedura penale messicano. Quindi, il processo si dovrebbe rifare, ma senza le prove raccolte in un primo momento.
Una scelta garantista, si potrebbe sostenere, se non fosse per il contesto che circonda questa storica decisione della SCJN. Un contesto che getta ombre lunghissime sull’operato dei giudici e soprattutto dell’attuale amministrazione federale messicana. Il processo di revisione del “caso Acteal” è il risultato di accordi trasversali tra personaggi legati all’allora cupola del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, di Ernesto Zedillo), il Centro di Ricerca e Docenza Economica (CIDE, organo dipendente dal Ministero della Pubblica Istruzione) e il Partito Azione Nazionale (PAN, di Calderon). Accordi tali che lo stesso Calderon durante la campagna elettorale del 2006 aveva promesso che il suo governo avrebbe lavorato perché l’intero processo agli 80 condannati per la strage di Acteal fosse rivisto. Con un sostegno di questo tipo, è stato gioco facile per gli avvocati del CIDE preparare per oltre due anni i fascicoli di 46 dei condannati, promuovere un'aggressiva campagna mediatica sui maggiori organi d’informazione del paese e chiedere infine alla SCJN un giudizio definitivo sul caso.
Dicono i giudici della Corte Suprema: “La sentenza emessa oggi non giudica la colpevolezza o meno degli imputati”, ma solo la legalità del procedimento di condanna. Gli avvocati del CIDE, intanto, festeggiano “perché siamo riusciti a creare un precedente che impedirà in futuro alla PGR creare casi, creare prove e mettere in carcere innocenti”. Ed allora si domanda ai “garantisti” del prestigioso centro di ricerca: “Perché questo caso e non qualche altro caso delle decine di vittime innocenti della giustizia messicana?”. Il caso è paradigmatico, sostengono. Ma non spiegano cosa abbia di paradigmatico questo caso, i cui autori materiali, tutti, sono stati riconosciuti dai sopravviventi. Forse la risposta è un’altra: Acteal, la sua strage e le sue vittime, sono oggi l’ennesimo caso paradigmatico che dimostra la capacità dello stato messicano di produrre stragi ed autoassolversi, anche davanti all’evidenza, anche davanti all’indignazione nazionale ed internazionale.

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