08 luglio 2009

Il ritorno del dinosauro

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 8 luglio 2009
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Il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), lo stesso partito che aveva governato il paese per oltre 70 anni sino alla «democratica» sconfitta del 2000, torna ad essere protagonista della vita politica messicana con la conquista della maggioranza assoluta (se si sommano anche i voti dell'alleato Partito Verde) nella camera bassa del Congresso federale messicano. Un dato non secondario, che però è utile leggere alla luce dei risultati ottenuti dagli altri contendenti, a cominciare dal Partito di azione nazionale (Pan), il partito del presidente Felipe Calderon, e dal Partito della rivoluzione democratica (Prd), il centrosinistra messicano.
Felipe Calderon aveva impostato le elezioni sul tema della sicurezza, forte dell'unica vera azione di governo promossa dalla sua amministrazione: la guerra al narcotraffico. Il presidente (e tutto il Pan con lui) aveva spinto perché queste elezioni fossero una sorta di plebiscito in favore della sua gestione. Già debilitato dai brogli con cui aveva conquistato nel 2006 la presidenza, Calderon era alla ricerca disperata del consenso necessario non solo per affrontare gli ultimi tre anni della propria amministrazione, ma soprattutto per le grandi riforme strutturali alla porta: riforma fiscale, riforma della legge sul lavoro, riforma della politica economica e, questione non meno importante, le elezioni presidenziali del 2012.
Se questa era la visione, la sconfitta elettorale del Pan (che perde oltre 60 deputati) è un messaggio chiarissimo per Calderon.
Dal canto suo, il Prd sprofonda ancor di più in una crisi annunciata già da tempo ma la cui soluzione si era posticipata proprio alla luce della tornata elettorale. Era la seconda forza politica del paese, dopo il Pan: oggi è la terza forza in parlamento con 54 deputati in meno. Una sconfitta annunciata che risponde non solo alle troppe divisioni interne tra la nuova dirigenza nazionale (filogovernativa) e la corrente di Andres Manuel Lopez Obrador (l'ex candidato presidenziale ed attuale «presidente legittimo»), ma soprattutto alla assoluta mancanza di proposte alternative, quelle che in altri momenti si sarebbero potute chiamare «proposte di sinistra».
Ed è così che il Pri vince. Più che con proposte proprie, grazie alla sconfitta degli altri due «grandi» della politica istituzionale messicana.
Eppure, anche in questa occasione, i risultati di queste elezioni non riescono a spiegare la realtà politica messicana. Perché i dati elettorali consegnano un quadro che viene a confermare una tendenza non solo locale. Infatti, anche se le previsioni erano decisamente più pessimiste, il dato reale è che la partecipazione elettorale è stata di solo il 43% dell'elettorato. Ovvero, su oltre 77 milioni di votanti, solamente 34 milioni hanno votato. E così il Pri conquista la maggioranza parlamentare, ma solamente con 12 milioni e mezzo di voti (poco più del 36% dei voti). La crisi della rappresentanza si ripropone anche in Messico e la distanza tra società reale e politica istituzionale aumenta.
A conferma di quanto sopra, vi è anche l'affermazione di un altro soggetto politico. Strano e trasversale ma che in questa campagna elettorale ha conquistato un importante spazio di visibilità: il voto annullato. Erano 42 le organizzazioni che lo avevano promosso «per dare un segnale di rifiuto non solo della classe politica attuale, ma anche dell'intero sistema rappresentativo». Ebbene, questo strano soggetto che ormai tutti chiamano «voto annullato» ha conquistato ben 2 milioni di voti (il Prd ne ha presi appena il doppio). Un 5% dei votanti ha annullato il voto. Una crescita sorprendente, che ne fa la la quinta «forza politica» del paese. Se questo è il dato nazionale, nella capitale - dove questa campagna ha avuto maggior incidenza grazie all'esteso uso della rete - il «voto annullato» raggiunge il 10% dei votanti, imponendosi come la quarta forza (il Prd ha vinto nella capitale con il 24% dei voti).
Se questo è il quadro parlamentare, queste elezioni in realtà non riescono a ridisegnare la politica in Messico: Calderon continua ad essere un presidente debole e la deriva autoritaria tende a rafforzarsi; la sinistra istituzionale continua a cadere verso un abisso il cui fondo ancora non si vede; torna il Pri - anche a livello locale grazie alla conquista di diverse amministrazioni -, ma la sua cultura corporativista non era in realtà mai scomparsa.
La vera domanda, a questo punto, è un altra: i 40 milioni di messicani che non sono andati a votare, cosa avranno in mente alla luce della profonda crisi economica, della povertà che colpisce la metà della popolazione, del centenario della Rivoluzione che si festeggerà il prossimo anno, delle crescenti proteste sociali sparse su tutto il territorio nazionale?

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