03 maggio 2009

Ponte e febbre, è vuota la città-fantasma

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 3 maggio 2009
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La crisi epidemica si stabilizza in Messico. Negli ultimi giorni il numero di deceduti sembra diminuire. Questo è quanto affermano le autorità messicane, che finalmente cominciano a rispondere in modo più dettagliato alle domande che i giornalisti pongono nelle quotidiane conferenze stampa. Ma dall'altra parte cresce la fobia nei confronti dei malati o possibili tali, con episodi di razzismo nei confronti degli abitanti di questa enorme metropoli, che solo in parte hanno accolto l'invito del presidente Calderon a rimanere a casa. La città è semivuota, perché tantissimi stanno approfittando della lunghissima sospensione d'attività (dal primo sino al 5 maggio) per andarsene dalla città. Il resto della popolazione resta a casa e, tra chi rimane, scoppiano le prime proteste.
Il numero ufficiale di deceduti - al momento di scrivere - sarebbe di 16, su un totale di 443 contagiati. E nonostante le cifre riportate stiano cambiando ogni ora, la tendenza sembra essere quella di una diminuzione dell'allarme. Ciononostante, il Centro di Controllo di Malattie (Cdc) di Atlanta avverte che è ancora presto per cantar vittoria. I tempi dell'epidemia saranno ancora lunghi, il vaccino secondo l'Oms sarà disponibile solo tra qualche mese, e c'è il rischio concreto di ulteriori mutazioni. Ma intanto il governo messicano rivela che dei 16 deceduti sinora 12 sarebbero donne, che tutti apparterrebbero a zone emarginate di Città del Messico e che rientrerebbero tutti nella fascia d'età che va dai 20 ai 40 anni.
E mentre il governo cerca finalmente di ridimensionare quanto sta succedendo, così non fanno nel resto del mondo. Non sono solo le misure decise all'estero, come sono le sospensioni di voli da e verso Città del Messico, i casi d'isolamento forzato per i cittadini messicani all'estero o per i turisti che da qui tornano in tutta fretta a casa. Sono anche i casi di chiaro stampo razzista che si registrano nel mondo. Il caso più evidente di queste ore è stato lo sputo e il colpo di tosse simulato che il giocatore Carlos Reynoso della squadra del Guadalajara ha indirizzato a un avversario cileno durante la partita di Coppa Libertadores a Santiago. L'episodio non è stato casuale. I giocatori della squadra messicana avevano già sofferto il rifiuto e gli scherzi di decine di cittadini cileni quando si erano permessi di andare a fare acquisti presso un centro commerciale della capitale cilena. Poi la partita e la pazienza che si perde tra un gol frustrato e l'ennesimo scherno dei giocatori avversari.
La fobia contagia anche il resto del paese. L'appello presidenziale che invita tutti a rimanere chiusi in casa cade nel vuoto nella capitale. Sarà la sfiducia endemica verso le direttive governative, sarà che i cittadini della capitale non resistono alla tentazione del lungo ponte, ma da venerdì scorso la città si è lentamente svuotata. Mete di preferenza le località turistiche più vicine, innanzitutto Acapulco. Ed è da qui che giungono i primi segnali di paura che presto si traducono in aperta intolleranza. Già nel resto del Messico diverse autorità avevano invitato gli albergatori a rifiutare le prenotazioni provenienti dal centro del paese, ma il sindaco di Acapulco, Manuel Añorve Baños, in conferenza stampa è andato oltre: «Agli abitanti di Città del Messico diciamo: non venite qui». E ordina immediatamente la chiusura di locali notturni, discoteche e ristoranti. L'invito, come è ovvio, rimane inascoltato. Ed allora, i «sudditi» del governatore di centrosinistra dello stato di Guerrero (dove si trova Acapulco) passano ai fatti: quattro automobili e due autobus di linea presi a sassate, due feriti il risultato medico, ma una società sull'orlo della frattura interna la possibile conseguenza immediata.
È questo il risultato che ci si aspettava? Difficile saperlo, ma intanto comincia a rompersi il fronte sociale creato negli ultimi giorni e che vedeva quasi tutti accodati alla linea governativa. Nonostante il divieto e l'annullamento della manifestazione del primo maggio da parte dei grandi sindacati, alcune organizzazioni di lavoratori hanno comunque manifestato sia nella capitale che nel resto del paese.

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