18 marzo 2009

Uomini di mais, transgenico

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 18 marzo 2009
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Il Messico è la culla del mais. Con le sue 60 varietà autoctone e oltre 2000 adattate detiene un patrimonio enorme. Non per nulla i messicani, soprattutto in ambito indigeno, si definiscono «le donne e gli uomini di mais». Eppure, questa ricchezza nazionale e culturale sembra interessare poco ai governanti del paese.
Già nel 2001 ricercatori di diverse istituzioni andavano denunciando la presenza di mais transgenico in certe regioni (soprattutto nello stato meridionale di Oaxaca). Pochi gli facevano caso, a cominciare dal governo che li segnalava come provocatori. Poi nel marzo 2005 il Congresso messicano ha approvato la nuova Legge di Biosicurezza di Organismi Geneticamente Modificati. Esplosero le polemiche, soprattutto tra le organizzazioni contadine e ambientaliste messicane, che la chiamarono «legge Monsanto». La normativa, che permetteva la sperimentazione di coltivazioni transgeniche in suolo messicano, ha subito importanti modifiche lo scorso 6 marzo, con un nuovo regolamento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della federazione. Le nuove norme trasformano il «Regime di protezione speciale del mais» da strumento giuridico, quindi vincolante, a strumento informativo e dunque non obbligatorio. Inoltre, la legge che permette la sperimentazione prevede anche i programmi sperimentali siano sempre e comunque sovvenzionati dal governo. In pratica, ora chiunque potrà seminare mais transgenico senza doversi sottomettersi alle restrizioni di legge, e a spese dell'erario pubblico. Via libera dunque alla sperimentazione transgenica anche sul mais.
Le conseguenze e i rischi sono molti. Da un lato, denunciano le Ong del settore e le organizzazioni dei contadini, vi sono i rischi per la salute. Spiegano che non vi sono studi sufficientemente ampli ed approfonditi che garantiscano l'assenza di rischi, non solo per il mais commestibile, ma anche per quello che già da anni si utilizza per la fabbricazione di plastiche biodegradabili e antibiotici. Un altro aspetto, spiegano i ricercatori della Unione degli scienziati impegnati con la società, è che «il governo federale garantisce l'impunità a coloro che contamineranno con semi transgenici i campi del paese e mette in serio pericolo la sovranità alimentare del Messico». Così inoltre si aprono le porte alla multinazionali del settore, denunciano, visto che in Messico l'85% dell'agricoltura è in mano ai piccoli produttori.
Appare chiaro dunque che la strategia delle multinazionali, oltre a far approvare leggi a loro favorevoli, è quella di deruralizzare il paese, ovvero obbligare i contadini e piccoli produttori a usare i loro semi, magari contaminando i campi nel paese (a oggi, sono 6 gli stati messicani in cui si è potuto trovare mais transgenico). Ma in un panorama in cui, tra Trattato di Libero Commercio (Nafta) e mancanza quasi assoluta di qualsiasi sussidio all'agricoltura, i contadini messicani sono già la prima categoria produttiva del paese ad affollare le liste di migranti verso nord, questa nuova iniziativa del governo in appoggio alle multinazionali dell'alimentazione rischia di sancire una volta per tutte il monopolio dell'industria agricola multinazionale sulla produzione locale di mais.
È per questo che Elena Álvarez Buylla, dell'Unione degli Scienziati, avverte il governo messicano: «Se non si impone una moratoria sul mais transgenico, non solo si pongono in pericolo le varietà autoctone, ma si relegherà i piccoli produttori a essere parte di lucrativi affari delle imprese private».

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