19 dicembre 2008

La frontiera dei dannati

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L'Espresso il giorno 19 dicembre 2008
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Migliaia di clandestini tentano ogni giorno di attraversare il confine tra il Guatemala e il Messico prima tappa verso gli Stati Uniti. Salgono al volo sui treni in corsa, rischiando la vita. Quelli che ce la fanno rischiano di finire in balia di bande di criminali. O di poliziotti corrotti da Tapachula
Quando si sente un fischio o uno sferragliare in lontananza, allora a gruppi si alzano dalle rotaie. Sono donne, bambini, giovani e anziani. Sanno, anche i più deboli, che non possono contare che su se stessi. Perché quando il treno merci arriverà, ciascuno sarà impegnato a inseguire il suo personale sogno. Sono centinaia ogni volta. Si preparano al grande balzo. L'esperienza tramandata oralmente da chi ci è passato prima ha insegnato loro che la sopravvivenza dipende dall'agilità e dalla presa ferma con cui afferreranno una maniglia. Dove il treno rallenta è il luogo più propizio. Meno tre, meno due, meno uno, via. Per qualcuno che ce la fa, altri finiscono sotto le lamiere che tagliano le carni e spengono i sogni. Una scena del genere si ripete più volte, ogni giorno, ogni notte, lungo la frontiera tra il Guatemala e il Messico. Protagonisti, i clandestini di mezzo Centro America per cui questa è la via obbligata, il primo passo importante e difficile verso gli Stati Uniti e la ricerca di una vita migliore.

Il confine è segnato, per 1.149 chilometri dal fiume Suchiate. I convogli corrono lungo i pochissimi ponti che lo valicano. Ma anche sotto, sull'acqua, migliaia di immigrati clandestini tentano la stessa sorte utilizzando imbarcazioni improvvisate. "La frontiera meridionale è il primo muro invisibile del Messico", dice Eiman Vázquez Medina, sacerdote e responsabile del Centro per i Diritti umani Fray Matias de Cordova a Tapachula, al confine con il Guatemala. E aggiunge: "È un muro ancora più pericoloso di quello tra Messico e Stati Uniti. Un muro costituito da criminali comuni, organizzazioni malavitose o agenti della stessa polizia e dell'Istituto nazionale di migrazione che derubano, picchiano i clandestini. E usano anche violenza contro le donne". L'amministrazione Bush ha chiesto al governo messicano di aumentare la presenza dei militari per fermarli: "La militarizzazione della frontiera espone i migranti a maggiori rischi, per l'aumento degli abusi da parte dei trafficanti di esseri umani. Perché le maglie più strette non li scoraggiano. Solo la morte li può fermare. Non possono tornare indietro sconfitti", spiega il prete.

Un misero sacco in spalla, danno l'addio alle famiglie e affrontano la corsa a ostacoli di quel cammino della speranza. Secondo un recente rapporto della Commissione nazionale dei Diritti umani, organo del Senato messicano, si contano sul confine sud 400 morti all'anno, oltre a 1.500 feriti, la maggior parte dei quali mutilati "per cause legate al viaggio in treno merci". I blitz delle forze dell'ordine lungo la ferrovia sono una delle concause degli incidenti anche di quelli fatali. Il prezzo da pagare ai trafficanti si aggira sui 1.500 pesos, 150 dollari se si sceglie il treno. Può salire fino a 2 mila dollari per il trasporto in camion fino al confine con gli Stati Uniti.

Roberto H. ha 20 anni e viene dall'Honduras. Vive in Messico perché non ce l'ha fatta ad arrivare in California. "Il viaggio col treno è una lunga odissea. A volte sei costretto a scendere per cercare cibo e il treno se ne va. Ma non ti fermi, cammini e cammini fino a trovare un incrocio ferroviario e allora aspetti che passi il prossimo". Uno dopo l'altro, a volte se ne prendono anche tre o quattro, per poter arrivare oltre il confine. "Una volta ho visto una signora che si era addormentata sul tetto di un vagone. Non si è accorta che suo figlio di pochi anni stava per cadere, non è riuscita ad afferrarlo in tempo. È caduto. Il bambino è morto e il treno non si è fermato".

Karina Martinez, 31 anni, viene dal Nicaragua: "Il mio treno si è fermato per un posto di blocco della polizia. Dopo otto ore di attesa un poliziotto mi ha detto che poteva aiutarmi, ma mi ha messo le mani addosso. Mi sono ribellata e quello stesso giorno mi hanno deportata in autobus". Come in un gioco dell'oca è tornata alla casella iniziale, in Nicaragua. Ma Karina ci ha riprovato. "La seconda volta ci hanno fermato gli uomini dell'immigrazione. Abbiamo litigato per mezz'ora, poi ho dato un calcio a uno di loro e sono scappata. Ho corso per ore nella foresta col cuore in gola. Non sapevo dove fossi, mi ero persa. Poi ho ritrovato la strada".

Nel gennaio di quest'anno, José Elías González Montoya e la nipote diciottenne Antonia Cecilia sono partiti da El Salvador per gli Stati Uniti. Volevano lavorare e farsi raggiungere dai parenti. Sono approdati ad Arriaga, alla frontiera, decisi a prendere il treno. Ma, già vittime di una rapina della polizia locale, sono stati intercettati durante un blitz del governo messicano, dal nome in codice 'Frontiera Sud Sicura'. Travolti dai gas lacrimogeni sono riusciti a scappare. Perso il treno, hanno camminato lungo la strada costiera sino alla città di Tapachula. Una banda li ha rapinati nuovamente. E Antonia è stata stuprata, mentre lo zio José, che aveva tentato di aiutarla, è stato ferito alla testa da un colpo di machete. Da casa, pochi giorni dopo sono arrivati in soccorso i parenti dal Salvador. Tutti insieme sono ripartiti. Poche centinaia di metri dopo il posto di frontiera sono stati fermati ancora da quattro militari messicani. Li hanno derubati degli ultimi 70 dollari e Antonia è stata nuovamente stuprata. "Non denunciateci. Sappiamo chi siete e da dove venite", hanno detto i poliziotti. Antonia però si è ribellata e ha deciso di raccontare tutto alla Commissione nazionale dei Diritti umani.

Il confine tra Guatemala e Messico è sorto nel 1882 dopo l'annessione dello Stato del Chiapas che ha preferito essere "coda di leone in Messico piuttosto che testa di topo in Guatemala". Adesso sono stimati in mezzo milione i clandestini che ogni anno tentano di attraversarlo. Avendo contro non solo le autorità, ma anche trafficanti di droga, di armi, di donne e di bambini. Solo persecutori.

Secondo l'Istituto nazionale di migrazione del Messico, nei primi sei mesi di quest'anno ci sono già state 51.443 espulsioni. Molte meno delle 240 mila che si contarono nel 2005. Oltre il 90 per cento sono centroamericani di Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Di questi, almeno il 20 per cento sono donne e un altro 10 per cento ragazzini, i più esposti a finire nella rete della criminalità.

Lo scorso settembre, il governo messicano ha deciso di costruire altre 14 Stazioni Migratorie, posti di detenzione ed espulsione. Queste nuove strutture si aggiungono alle 52 già esistenti in tutto il territorio nazionale, 29 delle quali proprio sulla frontiera meridionale. La più moderna è la Stazione Migratoria Siglo XXI, inaugurata a Tapachula nel marzo 2006 dall'allora Presidente Vicente Fox.

Decine sono le ong che si dedicano alla difesa dei diritti umani dei clandestini o a soccorrerli in caso di incidente, abuso, rapina. Ma non basta. La Commissione messicana dei Diritti umani afferma di aver ricevuto nel 2007 almeno 448 denunce di violazione dei diritti umani nella zona della frontiera con il Guatemala. Mentre la Procura per i Diritti umani guatemalteca dice che il 25 per cento degli espulsi dal Messico ha subito soprusi. Eppure il fenomeno non diminuisce. C'è sempre un treno chiamato desiderio.

18 dicembre 2008

Nuevas rutas migrantes

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 18 de diciembre de 2008
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Se sabe. Se repite y se confirma. Se comentó cuando el actual Congreso estadunidense aprobó la construcción del muro en la frontera con México. Se platicó y se sigue haciendo hoy en día toda vez que la UE realiza u organiza algún nuevo operativo de control de sus fronteras. Toda represión y tentativa de frenar la inmigración, sea a través de muros, de operativos policiacos, operaciones aeronavales, acuerdos bilaterales con países de tránsito o lo que se le ocurra al represor en turno, la migración no se para. No es una llave del agua que se pueda cerrar. No es un flujo que se pueda interrumpir. Es más bien una corriente en el mar de la humanidad. Y como tal seguirá existiendo. Sólo podrá cambiar su rumbo y dirección. Y así, los operativos en contra de la migración ilegal a la UE provoca que se abran nuevas rutas o quizás que nada más se refuercen viejos caminos hasta hace poco menos frecuentados.

Es la historia de un niño de 13 años, que, aunque suene raro, es un hombre de 13 años, como muchos que se ven en nuestro país. Quiere ir a Europa. Sale una noche de Herat, sur de Afganistán, país que recientemente ocupa las primeras posiciones de las naciones expulsoras de migrantes. Trescientos dólares para llegar a Irán. Podría ahorrar algo y salir aún más al sur, pero no sólo tendría que caminar un día en medio del desierto, en lugar de tres días en la montaña, sino que también en el sur hay más campos minados que en otros lugares. Desde Teherán u otra ciudad iraní, puedes escoger el medio de transporte y el precio que pagarás por él: un automóvil, nueve personas en él, más el chofer; éste decide: tú estás al frente junto a tu amigo, ustedes atrás, otros tres en el maletero; o subirse a un camión de carga, 100 personas atrapadas atrás. El camión se avienta corriendo a la carretera de día y de noche con las luces apagadas para romper cualquier obstáculo que se encuentre al frente y para que nadie lo vea, inclusive un posible retén policiaco. La semana pasada un camión volcó: 45 muertos entre los pasajeros. Los otros fueron al hospital con los huesos rotos. Nuestro niño escoge el automóvil, mismo que parará cuando el chofer diga. Necesidades ajenas no existen, nada más las del pollo, como le dicen al traficante de personas local.

Los pollos son kurdos iraníes. Una vez más entre excluidos se construye la nueva explotación que quita dignidad y esperanza a cualquier sueño de resistencia. Son ellos quienes llevan a nuestro niño hasta las puertas de la UE: Estambul, Turquía. El niño sale del camión a salvo. “Falta cruzar el río”, sonríe, “y llegaré.” Ese río no es el Bravo, sino el Mediterráneo que lo separa de Grecia. El niño logra llegar al puerto de donde decenas de barcos zarpan rumbo a los puertos europeos cargados de tráileres cargados a su vez de las mercancías que ni en tiempo de crisis paran su circulación sin fronteras. Escondido abajo del remolque, el niño de 13 años pasa 48 horas de navegación hacia lo desconocido. Finalmente el barco llega al puerto de Venecia. Está inundada la ciudad en estos días, pero poco importa, porque es más fuerte la inundación de esperanzas y miedos que el niño lleva adentro. Respira hondo y se engancha como puede a los ejes del camión que lo lleva primero fuera del puerto y luego sobre el puente largo algunos kilómetros que lo separa de tierra firme. Ya está, casi. El semáforo se pone en verde, el camión arranca. El niño ya no puede aguantar y se suelta. Las llantas traseras del camión de carga lo aplastan.

Quisiéramos tener la creatividad para inventar historias. Nos conformamos con las historias reales, las que suceden a diario y que sucedieron hace pocos días. Después de las rutas en el Sahara, de los barcos en el Mediterráneo, las Islas Canarias, nuevas corrientes se crean en otras latitudes. Sobre las rutas abiertas por Marco Polo, que justamente de Venecia había salido a conocer al Oriente, o sobre las mismas rutas que había recorrido el conquistador Gengis Khan, hoy se desplazan los de Bangladesh, los de Birmania, los de Camboya, los de Pakistán, pero sobre todo los de Afganistán. Entre talibanes, opio y traficantes sin escrúpulos, salen millones de ellos rumbo al sueño europeo.

Durante la “guerra santa” en contra de la invasión soviética se hablaba de 6 millones de desplazados, sobre todo rumbo a Irán. Hoy se sabe que ya no se conforman con Irán. Y se mueven. No hay datos ciertos porque en muchas ocasiones las autoridades europeas, las griegas sobre todo, los llevan de vuelta sin siquiera anotar su presencia o denunciando su existencia a las oficinas de ACNUR. Y no es novedad. Solamente en Grecia en el último año se ha concedido asilo o refugio a 0.04 por ciento de los demandantes. Una cifra insignificante que ofrece una muestra clara de las intenciones griegas primero y europeas en general. Sin embargo, los que llegan envían información y noticias. Y las corrientes se agrandan: 12 mil 500 los que pidieron asilo en Grecia en 2006; más de 25 mil en 2007. Tantos son los viajes de la esperanza en la nueva ruta.

Mientras, en el centro de Mestre, la ciudad costera frente a Venecia, terminó el viaje del niño de 13 años, comenzado sólo pocas semanas antes en otra tierra. Una mancha de sangre queda ahí en la calle que pronto será lavada por el agua que cae abundante en estas tierras en estos días. Inundaciones que hoy parecerían cumplir con la metáfora de un castigo divino que nunca llega.

 
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