31 ottobre 2008

Scheda: le sette sorelle narcos

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L'Espresso il giorno 31 ottobre 2008
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Lo scorso 22 ottobre il governo messicano ha contato la vittima numero 4 mila dall'inizio dell'anno nella guerra tra i vari cartelli del narcotraffico. A queste vanno aggiunte le centinaia di morti tra le forze dell'ordine chiamate a combattere il fenomeno. L'escalation è impressionante: in tutto il 2007 i morti erano stati 2.700. E nel 2008 per raggiungere la cifra mille ci sono voluti 114 giorni, solo 48, adesso, per passare da 3 mila a 4 mila. Il governo del presidente Felipe Calderon sta impiegando 45 mila soldati (su 200 mila in totale) per contrastare le gang. Con risultati molto scarsi se il ministro della Pubblica sicurezza Genaro Garcia Luna ammette: "In due anni abbiamo sequestrato 20 mila fucili d'assalto equivalenti alla capacità di fuoco della nostra intera polizia". E ha invitato a reclutare agenti nelle università: "Servono economisti e contabili se vogliamo essere più efficaci". Il ministero della Difesa denuncia: "Il narcotraffico è oggi la maggior minaccia alla sicurezza nazionale". Il 50 per cento dei cittadini ritiene, stando a un sondaggio, che il governo abbia "perso il controllo della situazione". Il presidente della Confindustria locale, Ricardo Gonzales Sada, accusa: "Il 98 per cento dei crimini rimane impunito e il sistema giudiziario non indaga".

La paura è aumentata dopo gli attentati che hanno toccato il centro della capitale e quello che ha ucciso nove persone a Morelia (Stato di Michoacan) alla fine di un discorso del governatore Leonel Godoy Rangel. Una granata è stata anche lanciata contro il consolato americano di Monterrey e potrebbe essere la conseguenza della decisione di Washington di regalare al Messico 450 milioni di dollari da impiegare per l'acquisto di nuove tecnologie militari e contrastare i cartelli. Il governo dal canto suo ha appena varato una legge che gli permette di sequestrare le proprietà dei 'capos' dei trafficanti. Preoccupa anche il fatto che in larghe fette di territorio i narcos godano del consenso della popolazione grazie al fatto che, coi proventi delle attività illecite, costruiscono scuole e ospedali e finanziano feste. In Canada ben 9.700 messicani hanno chiesto asilo, dicendo che a casa loro la sicurezza non è garantita.

29 ottobre 2008

La crisi arriva dal Norte: calano le rimesse, tornano gli emigranti

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 29 ottobre 2008
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La crisi finanziaria internazionale giunge in Messico. Gli effetti sono i soliti: crisi del sistema finanziario, rischio di fallimento di alcuni istituti bancari, annullamento di ogni credito sulla prima casa, crisi acuta degli scambi borsistici, svalutazione della moneta locale, il peso (per effetto delle speculazioni che continuano nonostante la retorica dell'etica finanziaria), e il panico che si diffonde. Tuttavia, gli effetti sono contenuti e sarà questo forse uno degli indizi del fatto che il Messico è comunque un paese di periferia, almeno per questi luoghi-non luoghi della finanza internazionale.
Un altro aspetto della crisi è però destinato a colpire il Messico. Quando esattamente e con che portata, difficile dirlo. Si tratta delle rimesse dei migranti che stanno «dall'altro lato», e del ritorno previsto di alcune centinaia di migliaia di migranti che, caduti in disoccupazione nel Norte (gli Stati uniti) andranno a ingrossare le fila dei milioni di senza lavoro che già vivono in Messico.
Durante i lavori del recente Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni che si è tenuto a Madrid, in Spagna, un analista messicano denunciava la dipendenza del Messico rispetto le entrate determinate dalle rimesse degli emigranti. Rodolfo Zamora, dell'Università di Zacatecas, nel centro nord del paese, utilizzava il termine adicto, per indicare quasi una tossicodipendenza dell'economia nazionale dall'importante contributo in dollari che i migranti, espulsi dalla economia che non genera posti di lavoro, inviano al loro paese d'origine.
Dunque nel 2007 le rimesse sono state pari a quasi 24.000 milioni di dollari, la seconda voce del Pil messicano dopo la vendita del petrolio: una cifra che colloca il Messico al terzo posto tra i paesi che ricevono rimesse, dopo Russia e Cina. Nel primo semestre di quest'anno vi è stato un calo del 6,9% nelle rimesse: eppure, secondo la Banca Centrale messicana, i quasi 11.000 milioni di dollari inviati sino al mese di giugno continua a rappresentare il 126% degli investimenti diretti stranieri, ben il 98,2% dei trasferimenti bancari diretti e oltre il 46% delle esportazioni di petrolio.
Non suona male: a meno che non avvenga quel che sta succedendo, ovvero il ritorno previsto di migliaia di migranti. Ad esempio a Oaxaca, stato della repubblica messicana che si colloca appena al nono posto per emigrazione, solo quest'estate son già tornati oltre 24.000 migranti, i quali, secondo le statistiche, generavano da soli 7 milioni di dollari di rimesse. A Città del Messico si prevede il ritorno di almeno 30.000 persone. Cosa succederà in altri stati, dove il numero di migranti espulsi in questi anni duplica e, a volte, triplica le quantità citate? Edoardo Lozano, ministro del lavoro del Governo federale, tranquillizza tutti: ci sarà lavoro per tutti. E già, come le promesse dell'attuale Presidente, che si era presentato in campagna elettorale come «presidente del empleo», il Presidente del posto di lavoro. No era arrivato fino a promettere un milione di posti di lavoro, ma la promessa è caduta nel vuoto comunque e in questi anni un milione di messicani all'anno hanno continuato a emigrare alla ricerca di migliori opportunità.
Ma pur ammettendo che le braccia e i cervelli scappati oltre confine ora ritrovino un lavoro, come sarà affrontato socialmente il ritorno? Come si coniugheranno domani le esigenze nuove dei cittadini migranti al loro ritorno in massa presso le comunità d'origine già riorganizzate attorno alla loro assenza? Il Messico rischia di pagare un prezzo pesante alla crisi del potente vicino.





21 ottobre 2008

La qualità e i diritti

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 21 ottobre 2008
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Città del Messico è proprio strana. Ma come si fa a giudicare la qualità della vita di questa megalopoli? Certo, camminando per le strade si direbbe che fa tutto schifo: sporcizia, traffico, rapine, sequestri, corruzione, prezzi altissimi, cementificazione dilagante, servizi medici di dubbia qualità, sovraffollamento. Ma poi, uno apre il giornale e legge: «Il coordinatore dei deputati del Partito della Rivoluzione Democratica (Prd) dell'Assemblea Legislativa di Città del Messico ha presentato una proposta di legge per la depenalizzazione della marijuana». La notizia, al di là delle passione per la pianta e i suoi effetti, apre il cuore: perché tende a rompere quel muro di silenzio che in Messico - e non solo - accerchia la millenaria pianta.
Nonn solo. la proposta legislativa va nella direzione intrapresa da certi settori in questa città. Per questo che è sempre più difficile capire se in questa enorme metropoli si sta bene o no. Quel che è vero è che nonostante tutto, a partire dalla precedente amministrazione, vi sono in città 5 sedi della nuova Università Autonoma di Città del Messico, completamente pubblica e gratuita, e 17 sedi di scuola superiore - più cinque sedi da costruire nei prossimi due anni - anch'essa pubblica e gratuita. Chiaro, oltre a costruire queste scuole di assoluta importanza sociale e di alta qualità didattica, la precedente amministrazione ha cementificato ulteriormente la città. E siccome spazio orizzontale non ve n'era, fece costruire chilometri e chilometri di ponti e cosiddetti «secondi piani» che attraversano la città sorvolando la strade già costruite. Per risolvere il problema del traffico, si diceva. Invece lo ha peggiorato. Venne poi Ebrad. E tutti si spaventarono, perché sarà pure un bell'uomo, ma di sinistra ha ben poco: Marcelo Ebrad, ex Pri, il partito della «democrazia autoritaria stile Messico», ma oggi convinto Prd, ex ministro locale della pubblica sicurezza. All'epoca del suo mandato alla guida della polizia locale, mandò a chiamare a Rudolph Giuliani perché venisse a insegnare ai messicani le regole d'oro della «tolleranza zero». Giuliani arrivò, ma tutto crollò davanti all'inevitabile e apparentemente insanabile corruzione tra le file della forze di pubblica sicurezza. Ma aneddoti a parte, sotto la sua amministrazione vi sono state due conquiste che farebbero impallidire tutto il continente e anche alcuni paesi delle cosiddette democrazie europee. Oggi a Città del Messico le «coppie di fatto», eterosessuali o gay che siano, sono pienamente riconosciute in tutti i loro diritti. Non ci si può sposare tra gay, va bene, ma i diritti di coppia sono riconosciuti. L'altra importante novità: l'aborto è legale sino le dodici settimane. E così, dopo Cuba, Città del Messico è l'unico luogo in America Latina dove si può interrompere una gravidanza senza nascondersi, senza commettere peccato penale, pur conservando il rischio di una scomunica nel cattolicissimo Messico. Poco male, almeno si morirà di meno per aborto.
Sono diritti da primo mondo, dice qualcuno. Ed in effetti, i diritti elementari ancora son lontani dall'essere pienamente conquistati: il diritto alla casa, all'alimentazione sana, alla salute, alla sicurezza ed alla sicurezza sociale. Contraddizioni? Forse no. Solo una certa coerenza con il paradosso di un paese con quaranta milioni di poveri, ma con una grande ricchezza culturale ed umana. Si sta bene a Città del Messico? Ancora no, ma da qualche mese di sta un po' meglio.

05 ottobre 2008

Ser migrante: la convivencia

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 5 de octubre de 2008
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¿Cómo convivimos? ¿Cómo estar en el mundo entre diferentes? Una compañera migrante de Perú que hoy reside, vive y trabaja en Milán, Italia, ponía esta pregunta. Y la ponía frente un auditorio atento a los ponentes que la antecedieron y que peroraban la justa causa del abatimiento de todos los muros y de todas las fronteras. Decía ella: “Si mañana aprobaran la mejor de las leyes migratorias, si mañana no hubiese ya fronteras, el problema de la convivencia no estaría resuelto”. Y efectivamente. La pregunta hoy es cómo resolver ese aspecto.

Miles de sociólogos, antropólogos, abogados, activistas, científicos de cada disciplina y rango, nos esforzamos en entender las razones de la movilidad moderna del ser humano a lo largo de las rutas económicas –en su mayoría– que se van trazando alrededor del globo. Cada día, miles somos los que reclamamos derechos y leyes que respeten la voluntad o la simple necesidad de moverse de un territorio a otro, de un país a otro, de un continente a otro; exigimos justicia por los miles que mueren en las fronteras y en los muros que se levantan entre sueños y pesadillas, entre ilusiones y frustraciones, entre deseos y su posible realización. Y sin embargo, pocos son los que tratan de entender por donde va esta extraña convivencia de culturas, creencias, costumbres, visiones y cosmovisiones, lenguajes e idiomas, códigos y formas. O poco se sabe de ellos. Porque seguimos olvidando lo que el sociólogo argelino Abdelmalek Sayad –del cual justamente este año recurre el decenal de su muerte– andaba diciendo: no habrá sociología de la migración hasta el día en que haya sociólogos migrantes.

En fin, no hay receta por esa convivencia. Ha de ser diferente en cada lugar, en cada experiencia. Y sin embargo, cabe subrayar la fuerza de ese participio presente, migrante, que aunque en el imaginario colectivo más común indique simplemente a un ser humano como cualquier otro, en sí mismo en verdad representa una complejidad difícil de entender. Y ha de ser por esta razón, ese participio presente sin sufijo, que el papeleo oficial al que muchos –pero no todos– tienen acceso trata siempre de poner remedio con un “in” o un “e” que antecede: uno puede ser inmigrante o inmigrado o emigrante pero nunca migrante en sí. La tentación, a decir verdad, es ceder y reconocer que quizás ese esfuerzo oficial por fijar una dirección a ese migrar tiene un buen fin: quitar la confusión. Esa misma que a muchos nos toca: ¿dónde estoy? ¿Aquí o allá?

Las posibilidades efectivamente siguen siendo dos. Por un lado permanecer en una identidad de pertenencia y de origen que te empujan hacia tu identidad nacional. Entonces los migrantes terminan formándose un entorno lingüístico, cultural y/o nacional común. Es inevitable a veces, sobre todo considerando ciertas diferencias en ocasiones tan importantes y evidentes que impiden un mayor encuentro con el país o lugar de llegada. Por el otro disolverse en el lugar de acogida. Diluirse culturalmente, por así decirlo, entre las gentes que de una forma u otra te reciben. El pasado, el origen, quedan atrás, quedan lejos –en el tiempo y a veces en el espacio– y en frente está solamente un futuro posible en una tierra adoptiva.

Y en los dos casos hay riesgos. En el primer caso, el de perderse la oportunidad única de vivir la tierra ajena con la intensidad que merecen ser vividas las nuevas vidas. Quedarse con una identidad que por una razón u otra se quiso o se tuvo que dejar y tratar de reproducirla, quizás construyendo mitos e idealidades de una tierra que vive solamente en los recuerdos de quienes la abandonaron. Salvo después enterarse de no haber vivido en otra tierra, sino simplemente en una burbuja construida por tu propia imaginación. En el segundo caso, al contrario, dejar de ser uno mismo, abandonar la identidad propia de origen y con ella la fuerza que ésta podría representar frente al nuevo mundo descubierto. Convertirse podría casi decirse. Una conversión que pero tarde o temprano corre el riesgo real de chocar con el descubrimiento nuevo de la tierra natal, esa tierra que se quiera o no, queda siempre en la memoria de uno.

Pero quizás haya una tercera vía. Una mezcla de las dos anteriores, en la que la identidad propia enfrente a la identidad de acogida. O al contrario, la identidad acoja y confronte a la identidad que llega. Y este proceso resulta ser el más difícil. Porque es la convivencia de la que se hablaba en un principio. Hay quienes hablamos de mestizaje y reivindicamos en las calles y frente a las políticas y a las actitudes xenófobas este concepto, esta posible práctica. Lo ideal es del encuentro y la dialéctica que produce un resultado más alto y más allá de los dos anteriores. Un avance cultural, intelectual, lingüístico, humano, político, etcétera. Una ganancia para las dos partes. Y sin embargo, la realidad habla de situaciones más complejas, de momentos de confrontación y de dialéctica que tienden a querer un ganador, alguna de las dos partes prevalecer sobre la otra. ¿Integración? Eso dicen en ciertas partes del mundo: “Intégrate a lo mío”. Suena más bien a asimilación. Nueva conquista, nueva colonización. No territorial –aunque tenga también ese rasgo, en ocasiones– sino cultural y política.

¿Cómo convivimos entonces entre iguales? ¿Cómo se hace ese mestizaje? ¿Cómo se gana todo, entre seres igualmente libres? Y sobre todo, ¿cómo se hace todo lo anterior en un mundo en el cual convivencia parece traducirse solamente en la palabra paz?

 
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