Sono stato alla terza edizione del Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni, che si è tenuto a Madrid, Spagna, dall'11 al 13 settembre 2008 (http://www.fsmm2008.org).
Questo quanto pubblicato sul Il Manifesto il 14 settembre:
- Sempre più vulnerabili nella "fortezza Europa"
Con lo slogan «Le nostre voci, i nostri diritti, per un mondo senza muri» si è conclusa ieri a Rivas Vaciamadrid, alle porte della capitale spagnola, la terza edizione del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni. Tre giorni di seminari e incontri a cui hanno partecipato oltre 2000 persone provenienti da 90 paesi - ma una ovvia prevalenza delle numerose ong spagnole che si occupano di immigrazione, oltre che di studiosi e attivisti. Dopo le prime edizioni, tenute a Porto Alegre nel 2005 e l'anno dopo proprio a Rivas in Spagna, quest'anno il forum ha avuto il patrocinio - a volte scomodo - del Ministero del lavoro e dell'immigrazione del governo Zapatero. Tra i principali promotori del Forum quest'anno si è inserita la Cear, Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati che da anni è impegnata a offrire sostegno legale ai migranti che desiderano richiedere asilo o lo status di rifugiato. Il presidente dell'organizzazione, Ignacio Diaz Aguilar, ha spiegato nel discorso inaugurale che nonostante le visioni a volte contraddittorie tra coloro che lavorano nel tema migratorio, vi è una realtà che nessuno nega: i migranti, legali o illegali che siano, sono sempre più vulnerabili. E' per questo dunque che il Forum di questi tre giorni assume importanza, perché è necessario trovare i meccanismi per difendere i migranti e i loro diritti di fronte alle nuove problematiche. Prima fra tutte, spiegano gli attivisti di Cear, la cosiddetta direttiva della vergogna approvata di recente dall'Unione Europea e criticata ormai da mezzo mondo. La direttiva europea è stata al centro delle critiche sollevate in tutti gli spazi di dibattito del Forum. E non poteva non essere così. Luiz Baseggio, sacerdote brasiliano vicino alla teologia della liberazione, si è detto sorpreso della mancanza di memoria degli europei e ha definito la misura legale europea come un fatto francamente razzista: «I migranti non possono essere il capro espiatorio della crisi, perché questo è tipico di una mentalità razzista. Ci considerano indesiderabili però necessari e preferiscono mantenerci il più vulnerabili possibile. Ci vogliono, però privati dei nostri diritti». Sulla stessa linea anche Diego Lorente, ex membro di SOS Razzismo Madrid e oggi direttore della ong Sin Fronteras in Messico: «La direttiva del ritorno, così come i decreti emergenziali come quello italiano, sono specchietti per le allodole. È evidentemente grave ciò che prevedono queste nuove leggi, ma in realtà sono praticamente inapplicabili. Servono soprattutto per intimidire i migranti e renderli ancor più vulnerabili». Il «Relatore speciale per i diritti dei migranti dell'Onu, il messicano Jorge Bustamante, è giunto al Forum per portare la propria testimonianza su quanto osservato nel mondo. Con una traiettoria di studi del fenomeno migratorio all'Università di Harward, il ricercatore messicano ha denunciato la creazione di sempre più muri nel mondo: oltre al famigerato muro tra Messico e Usa e al vergognoso muro che divide Israele e Palestina, Bustamante ha stigmatizzato i muri a Ceuta e Melilla e quello in costruzione tra India e Bangladesh. Una situazione orribile, ha affermato, che nega l'elementare diritto alla libera circolazione delle persone. Presenti anche due figure centrali dell'ampio dibattito attorno alle cause e alle conseguenze del fenomeno migratorio.
Crisi ecologica e «migranti ambientali»
Demetrio Valentini, il vescovo brasiliano che ha fondato l'organizzazione Grito de los Excluidos («Grido degli esclusi»), ha introdotto il tema che è stato l'asse centrale della disdetenzionecussione del Forum: l'ecologia o, meglio detto, gli effetti del deterioramento ambientale sui gruppi umani. Ha spiegato Valentini che «la crisi ecologica è l'avvertimento più chiaro, capace di sensibilizzare la coscienza umana». È strategico, ha continuato il prete brasiliano, «per tutti coloro che difendono la causa migrante, legarla alla crisi ecologica. Dobbiamo servirci di questa coscienza crescente nel mondo per evidenziare sino a che punto le dinamiche migratorie sono il frutto degli errori dello stesso modello economico che ha creato la crisi ecologica». Ha infine aggiunto: «Oggi la nostra civiltà quella umana, nessun'altra - è carente di grandi utopie. Ciò impedisce soluzioni aperte e creative che facciano avanzare la coscienza etica dell'umanità e risveglino nuove possibilità del rapporto con la natura e di convivenza solidale tra i popoli». La relazione tra crisi ambientale e flussi migratori è stata poi ampiamente ripresa dal sociologo belga, e fondatore del Centro Tricontinentale (Cetri), François Houtart, che parla ormai di «migranti ambientali» o climatici e spiega che, secondo statistiche Onu, per il 2050 dovremo aspettarci quasi 200 milioni di persone migranti a causa di fenomeni legati alla crisi ambientale. E si badi bene, spiega Houtart, non si tratta solo dei grandi disastri ambientali, ma anche dell'occupazione di grandi distese di terra per la produzione di agrocombustibili. Questo fenomeno impazzito di produzione dei nuovi combustibili, continua, non solo mette in pericolo l'equilibrio ecologico, ma sta obbligando milioni di persone a muoversi nel territorio. L'altro tema che ha percorso il Forum sono i Cie, o Centri di internamento ed espulsione quelli che in Italia chiamavamo Cpt. Qui è stato presentato uno studio realizzato dalla rete Migreurop, che disegna la mappa dei centri di detenzione per migranti in Europa.
I segreti delle detenzione migrante
Una mappa incompleta, spiega Sara Prestaianni, responsabile del progetto di ricerca, perché non è facile aver accesso alle informazioni, proprio come è difficilissimo avere accesso alle stesse strutture. Lo studio ha confermato il vasto panorama di violazione ai diritti umani all'interno di queste strutture e la completa mancanza di informazioni e di contatti con l'esterno per i cittadini migranti detenuti. Assoluta mancanza di contatto anche con le numerose associazioni che si occupano di difendere i diritti dei migranti. L'attivista ha denunciato quindi l'assoluta mancanza di trasparenza per quel che riguarda il numero ma soprattutto la gestione di questi luoghi di non diritto. Per fortuna, si è detto, la situazione non è come negli USA dove l'informazione è ancora più scarsa e molti di questi centri sono addirittura gestiti da enti privati, ma questo non vuol dire che nella UE si stia meglio. Per questo, Mireurop ha lanciato una campagna europea che ha come obiettivo finale quello di chiudere i Cie, pur arrivandoci per tappe: una prima tappa che vuole vincere il muro del silenzio, e quindi poter avere accesso a queste strutture e far sapere alla società quel che lì accade. Allo stesso tempo, ovviamente, aiutare coloro che vi sono internati, offrendo loro l'assistenza di cui hanno bisogno. Non è chiaro però come combattere l'obbrobrio della detenzione amministrativa, rafforzata dalla direttiva di ritorno dell'Unione Europea. Sarà comunque importante, si è detto, osservare quel che succede oltre le frontiere europee, nei cosiddetti paesi di transito, ovvero quei paesi periferici dell'Unione che ormai costituiscono la nuova frontiera per i migranti, nel quadro dell'esternalizzazione dei controlli.
- Il gringo messicano e altre storie. Voci dal Forum
David L. Greene, conosciuto anche come Carlos Martinez Plata. E' giunto a Madrid insieme all'attivista messicana Elvira Arellano, divenuta tristemente famosa quattro anni fa a causa della sua espulsione dagli Usa: il caso fece molto rumore, perché l'espulsione l'ha separata dai figli che vivono ancora oggi a Los Angeles. Nato a Città del Messico, alla giovanissima età di due mesi David Greene/Carlos Martinez emigra negli Usa con i genitori. A New York acquisisce la cittadinanza americana. O almeno così gli dicono: perché trent'anni dopo, ovvero l'anno scorso, dopo esser stato arrestato per un reato minore, piomba nella sua cella la «migra» (la polizia di immigrazione) e gli chiede: «Conosci Carlos Martinez Plata?». Lui, sorpreso, risponde di no. La migra allora gli sputa in facia la verità: «Sei tu, e sei negli Usa illegalmente da trent'anni». Espulso immediatamente, giunge in Messico, dove impara per la prima volta lo spagnolo e dove diventa poeta e attivista. Oggi preferisce vivere in Messico, spiega, anche se gli mancano i genitori che non vede da quattro anni ormai. Stanno male, dice, e non oso chiedere loro le ragioni di quel che mi è accaduto. Tradisce un certo disorientamento, ma ciononostante l'ottimismo lo attraversa. Per venire in Spagna, racconta, mi avevano offerto un biglietto aereo che passava per gli Usa. Ho dovuto spiegare agli organizzatori che di lì non potevo passarci. Distrazioni europee.
Edda, la peruviana milaneseEdda Pando è da oltre vent'anni in Italia. Vive a Milano e lavora con l'Arci all'interno della quale ha creato un progetto: l'Università Migrante. La lucidità del suo punto di vista è sorprendente. Invitata a parlare a un tavolo di discussione, Edda va giù dritto: il problema, spiega, è innanzitutto rompere questo velo di compassione verso i migranti e poi che i migranti siano protagonisti dei propri processi di emancipazione. Citando un sociologo algerino, Edda guarda in faccia i numerosi esperti della migrazione giunti a Madrid e dice loro: «Non vi sarà una vera sociologia della migrazione finché non vi saranno sociologi migranti». L'impegno politico, continua, inteso in senso allargato è necessario. Perché, secondo l'attivista peruviana, è lo strumento per riscattare la dignità che ci stanno togliendo: iIl protagonismo migrante anche contro il paternalismo dell'associazionismo italiano. Forzando un po' i paragoni, insomma, Edda dice che il colonizzatore esiste perché esiste il colonizzato. Critica la condizione della debolezza che fa credere ai migranti in molte occasioni comunque di essere inferiori anche in termini culturali agli europei. C'è bisogno di lasciar spazio ai migranti e alla loro voce, dice, perché questa è la ricchezza della diversità: il nostro punto di vista sarà sempre e comunque diverso. Attraverso il nostro microfono che ne registra le parole sembra guardare in faccia gli italiani e dice loro: dobbiamo lavorare affianco gli uni e gli altri, e dobbiamo smetterla con questo atteggiamento - d'origine cattolico - compassionevole. L'alternativa per ora è solo l'opposto, ovvero la criminalizzazione. Ed allora, secondo Edda, è giusto parlare delle questioni legali, di sanatorie e di Bossi Fini, ma il punto è anche un altro: se domani approvassero la migliore delle leggi migratorie, se domani cadessero tutte le frontiere, il problema del razzismo e dello stare assieme non si risolverebbe da un giorno all'altro. Ed allora, spiega, dobbiamo porci anche un'altra domanda: come conviviamo?
- Manteros, ovvero come sopravvivere senza copyright
Sono soprattutto africani e neri. Li trovi un po' ovunque: tra i tavolini dei bar, nelle stazioni della metropolitana. Ma devono nascondersi e stare attenti. Sono i venditori ambulanti, in particolare quelli che vendono cd e dvd pirata. Sono loro che oggi rischiano di più, perché per loro i Centri di detenzione amministrativa sono lontani. Se li beccano a «spacciare» cultura e arte - quelle musicali e cinematografiche - per strada la pena è tripla: multa per vendere senza permesso, multa per violazione alle leggi sul diritto d'autore e carcere. Stiamo parlando della Spagna, ma sarebbe più o meno lo stesso in Italia. Una vita d'inferno, come quella toccata a quattro africani, due del Senegal e due del Gambia, che hanno ricevuto una sentenza definitiva a due anni di carcere più una multa milionaria. Per loro è scattata la campagna di raccolta firme perché il governo spagnolo conceda loro l'indulto. Chayo, attivista della rete Ferrocarril che sostiene la campagna, ci spiega che da oltre sei mesi a Lavapies, un quartiere di Madrid, esiste uno sportello di consulenza per i cosiddetti manteros , ovvero coloro che con una «manta», un telo su cui collocare la mercanzia, si mettono a lavorare agli angoli delle strade offrendo cd e dvd pirata. In questo breve periodo oltre duecento persone si sono presentate allo sportello, il che, spiega l'attivista spagnola, è indice non solo del vasto numero di potenziali manteros che lavorano e sopravvivono in Spagna, ma anche dell'urgenza di porre rimedio a questa vera e propria persecuzione da parte non solo della polizia, ma soprattutto delle agenzie detentrici dei diritti d'autore. Dal 2002 infatti la legge sul copyright si è ulteriormente ristretta. Prima era una multa e il carcere. Oggi, è prevista anche la riparazione del danno economico all'impresa: milioni di euro, in alcuni casi. E poi, come se ve ne fosse la mancanza, la legge prevede che la detenzione sia scambiabile con l'espulsione dal paese con l'interdizione per dieci anni. Il tutto per vendere un dvd, spiega Chayo, che propone un ulteriore punto di vista: è veramente un delitto vendere materiale «pirata»? Eppure c'è una parte della società che compra. Dobbiamo, continua, discutere cos'è la cultura e come vi si accede: c'è il materiale «pirata», ma anche quello che si scarica da Internet. «Noi crediamo che la società non consideri questo un crimine», spiega: anzi, bisognerebbe discutere del fatto che questi venditori sono criminalizzati mentre noi, come consumatori, a causa dei miserrimi redditi precari che riceviamo, compriamo questi materiali perché quelli «legali» sono molto cari.