29 luglio 2008

Rosario Ibarra, la cacciatrice di desaparecidos

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 29 luglio 2008
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Apre la porta Rosario Ibarra de Piedra. Ci accoglie a casa sua una mattina. Il nipotino e il figlio dietro a lei. La oggi senatrice del Fronte ampio progressista, ci conduce nella sua casa in centro a Cittá del Messico. Fotografie, quadri, oggetti, striscioni, manifesti, immagini riempono le pareti e i mobili. C'è appena lo spazio per passare e sedersi sul divano.
Doña Rosario si siede di fronte e comincia a parlare.
«Tutto è un ricordo per me in questa casa. Di là tengo le cose dei miei 33 anni di lotta, da questa parte - indica con la mano - la famiglia, gli affetti».
Alle sue spalle, una fotografia: Jesus de Piedra Ibarra. Era il 18 aprile 1975 quando la polizia politica arrestò illegalmente il figlio di Rosario, Jesus, membro del gruppo armato Liga Comunista 23 settembre. L'arresto si tramutò rapidamente in una scomparsa, una desapariciòn. A questo punto, va a Cittá del Messico a cercarlo. Vi rimarrá a vivere. Rosario aveva promesso al marito che lo avrebbe ritrovato. Non manterrá la promessa con il marito, ma non smetterá mai di lottare.
«Nel 1977 cominciai a cercare le madri degli altri desaparecidos, ci riunimmo da tutto il paese e formammo il Comitato Eureka», racconta. E ricorda con orgoglio: «In un primo momento ciascuna cercava il proprio figlio, padre, fratello, ma in poco tempo tutte cercammo tutti». La tenacia di doña Rosario e delle altre madri, sorelle, figlie, ha portato ad eccellenti risultati nel corso degli anni. «Abbiamo fatto sette scioperi della fame, a partire dal 1978 ed alla fine ci diedero l'amnistia: 1.500 prigionieri politici uscirono dal carcere, 2.000 ordini d'arresto vennero ritirati, 57 esiliati tornarono nel paese e 140 desaparecidos ci vennero restituiti... E' qualcosa».
Rosario lotta e cerca i desaparecidos con instancabile desiderio. Non risparmia nessuno, si infiltra in una visita messicana a Giovanni Paolo II e gli consegna una denuncia del Comitato. Da quando ha cominciato, tutti i presidenti della repubblica l'han conosciuta. «Li perseguitavo, dovunque andassero andavo io, ad esigergli la restituizione dei nostri figli».
Oggi parlare con il presidente in carica, Felipe Calderón, è difficile, non perchè non vi siano occasioni ma semplicemente perchè Rosario Ibarra de Piedra, è senatrice per quel Fronte amplio progressista che ha pubblicamente ripudiato Felipe Calderon all'indomani delle fraudolente elezioni presidenziali del 2006. L'ex presidente Vicente Fox Quesada, invece l'ha incontrato qualche volta. «Faceva come che non ci stava a sentire. Alla fine un giovane che veniva con noi gli disse "signor presidente, spero che non si stanchi mai di ascoltare il suo popolo, perchè il presidente che lo fa non sarà più presidente"».
Doña Rosario ha recentemente accettato la proposta fatta dall'Epr - Esercito popolare rivoluzionario - perchè assieme ad altre riconosciute figure della societá civile medi per la liberazione dei due militanti di quel gruppo armato, Edmundo Reyes Amaya e Gabriel Alberto Cruz Sánchez, desaparaecidos un anno fa. Ma Rosario ha anche altre denunce da fare.
«Vi sono molti altri desaparecidos. I lavoratori dell'industria del petrolio, per esempio, sono almeno quindici quelli che abbiamo documentato. Curiosamente questi lavoratori scompaiono il 16 maggio 2007, e il 20 scompaiono i due militanti dell'Epr. Non so se i due episodi abbiano a che vedere tra loro, ma questi del governo son così maliziosi che...» sospende la parole. Riesce ancora a sorridere, nonostante tutto.
«Non ho mai avuto la tentazione della vendetta - racconta -. Mio padre ci ha insegnato a non odiare nella lotta, così come faceva Josè Martí, una rosa bianca a tutti. Per fortuna quest'atteggiamento si è diffuso anche tra le donne del Comitato». Poi con tono calmo e chiaro racconta un episodio.
«Andavamo davanti alle caserme e c'era una compagna che gridava "vi maledico tutti" e noi le dicevamo "non dire queste cose, questi sono il popolo in uniforme, vedrai che verranno dalla nostra parte". I colpevoli veri sono altri, quelli che governano e decidono. Quel che chiedo sempre al governo è "perchè non avete dato l'opportunità della giustizia ai nostri figli?"».
Doña Rosario è stata per oltre dodici anni un' amica del subcomandante Marcos. Fino alla campagna elettorale del 2006.
«Lo conobbi quando Marcos mi chiese di liberare due militanti nel nord del paese. Li andai a liberare e li riportai nella selva. Poi vi sono stata in decine di altre occasioni. Peró dopo, quando cominciai ad appoggiare la candidatura di López Obrador per le presidenziali del 2006, Marcos mi mandò a dire che non voleva più saperne di me». E spiega la rottura «Io non posso dire di López Obrador quel che non penso». Le piace, non lo nasconde. E dice di lui: «Credo che sia una persona con prinicipi, una persona onesta».
Del futuro parla poco. Oggi è coinvolta dal dialogo con l'Epr e dalla campagna di resistenza al tentativo di privatizzare l'industria del petrolio. Poi osserva la invadente e crescente militarizzazione del paese. «Giustificano tutto con la lotta al narco-traffico, ma la gente continua a morire e pochi sono gli arresti. Cercano di abituare la popolazione alla presenza militare per le strade. Fanno in modo che la gente esiga questa presenza, con l'illusione di risolvere il problema dell'insicurezza. In realtá temo che il prossimo passo saranno gli escuadrones de la muerte.
Dopo oltre un'ora di conversazione, ci congediamo dalla Senadora Rosario Ibarra de Piedra. La ringraziamo per il tempo che ci ha concesso e risponde: «Di niente, in realtà sto solo adempiendo al mio dovere di madre, nada más".

Emergencia y autoridad

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 29 de julio de 2008
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Parecería la pesadilla realizada, el delirio del poder. La mentira que regula la vida de todos. Era ayer cuando las expresiones de violento racismo y agresiva xenofobia de ciertos exponentes políticos se podían liquidar como expresiones de un fanatismo producto de los histerismos de algunos locos que se hacían los ridículos.

Sin embargo, hoy la violencia, el racismo, la xenofobia, el fanatismo y la histeria se han vuelto ejes éticos de quienes regulan nuestras vidas –o pretenden hacerlo–, en nombre de los cuales se ponen a dictar nuevas leyes. Y estas prácticas nos ofrecen una vez más la pruebas de cuán débiles son hoy día las tutelas ofrecidas por conceptos como legalidad y estado de derecho en el efectivo ejercicio de la democracia y las igualdades sustanciales.

Hace unos días el gobierno italiano proclamó el “estado de emergencia” frente a la ola de migrantes que están desembarcando en costas de ese país. Medidas extraordinarias frente a un supuesto fenómeno extraordinario. Hace unas semanas la Unión Europea formalizó las últimas medidas represivas en el tema migratorio: más expulsiones, más tiempo de detención para los ilegales y más tropas a las fronteras.

Y sin embargo...

Hace mucho tiempo que el curso político europeo –y viene la tentación de no quedarse solamente con esos territorios– está marcado por conceptos como “emergencia”, “orden público”, “seguridad”, “decencia” y “peligro”. Evidentemente se trata de términos de connotación fugaz, naturalmente no unívocos, arbitrarios, sujetos a asumir contenidos y significados opinables y subjetivos. Y sin embargo, los pensamientos e imágenes que aparecen en la mente cada vez que estas palabras se pronuncian son casi siempre los mismos. De manera disciplinada y conformista hemos aprendido a qué hay que temer, qué significado asignar a la sensación de miedo, qué significado dar a la palabra peligro, qué entendemos por seguridad y cuál es la amenaza a ésta. Y todo esto ha sucedido de la única manera que podía suceder: es decir, más allá o al margen de cualquier principio ético, pero sobre todo por encima de la racionalidad, de cualquier dato objetivo, de cualquier evidencia, de cualquier hecho y de cualquier correspondencia con la realidad.

El camino que nos llevó a este resultado está lejos de pertenecer a la coyuntura política que ve a la Unión Europea gobernada por una derecha retrógrada y conservadora. Desde hace mucho tiempo los países más poderosos del mundo encuentran dificultad para conseguir fuentes de su propia autoridad. El juego de la globalización económica no ha dejado ganadores, o al menos no los ha dejado entre quienes la habían impulsado alegremente dictando sus reglas y sin preocuparse de sus consecuencias. Estos gobiernos –más allá de las alternancias tan poco significativas hoy entre izquierdas y derechas– se encuentran en la incapacidad de hacer frente solamente a uno de los problemas que agobian a sus poblaciones y con la imposibilidad de tener fe solamente en una de las promesas que habían hecho a sus ciudadanos. Ha llegado entonces el momento de engañarlos –a los ciudadanos–, de asustarlos y de obligarlos a no rebelarse en contra de quienes los traicionaron, convenciendo a la población de que estos que los traicionaron continúan siendo los únicos que aún pueden protegerlos. ¿Protegerlos de qué? Ciertamente, de ellos y de que no tienen los medios para enfrentar –la crisis económica, por ejemplo– algo que aún no existiendo puede ser enfrentado. Y así se crea al monstruo, que siguiendo la costumbre debe ser el más débil y el más privado de protección. Más fácil aún si este sujeto habla otro idioma, tiene otro color de piel, tiene otras costumbres y viste de manera distinta.

Es esta invención y reinvención constante lo que está hoy moviendo el mundo. En su nombre se declaran guerras civiles y enfrentamientos internacionales, guerras contra un fantasma, sangre por una mentira, muerte por una ilusión. Está sucediendo en todas partes, en Estados Unidos y en la Unión Europea, aunque en cada lugar se decline según las circunstancias específicas de cada territorio.

Es una cuestión de fondo que ha marcado también la historia de la Unión Europea, esta nueva entidad supranacional que ha tenido que volver a proponer las fronteras de su territorio, de su ciudadanía y de su movilidad, de la misma manera que eran conceptualmente entendidas en la creación del Estado nacional: como algo que excluye, marca la diferencia y fragmenta en el ejercicio de la función incluyente, porque no sabe unir sin separar, porque no sabe proteger sin limitar.

Y es una desesperada búsqueda de legitimidad y autoridad que se ha perdido hace ya mucho tiempo frente a la crisis hecha normalidad, frente a la excepción transformada en ordinaria administración. Es el fracaso del sueño de un mundo unido por el progreso y la riqueza de sus ciudadanos, y que en cambio ha promovido el egoísmo social y ha provocado –o está en eso– la temida balcanización de sus territorios. El quiebre de una ilusión que se estrella contra el muro de la realidad. Ha llegado el momento de que el precio de nuestros deseos –o caprichos– frustrados sea cobrado. Difícil buscar arriba, entre los elegantes demagogos que siguen alimentado nuestras precarias esperanzas. Mejor inquirir abajo, entre los que siendo tan distintos no nos permiten ser tan iguales a nuestros héroes de películas.

28 luglio 2008

Serbia: Karadzic, ficha de cambio con la UE

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 28 de julio de 2008.
La versión en .pdf.
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La detención de Radovan Karadzic --exjefe de gobierno de la autodenominada República Serbia de Bosnia y acusado como el principal responsable de crímenes de guerra y de lesa humanidad cometidos en la antigua Yugoslavia-- responde a un nuevo contexto político de Serbia, nación en la que recientemente existe un gobierno pro-occidental que quiere ingresar a la Unión Europea (UE).

Tal es el análisis que hace Luka Zanoni, investigador del Observatorio de los Balcanes, organización civil italiana que da seguimiento a la situación en esta región.

“Por lo general, los serbios consideraban a Karadzic, y también a su general, Ratko Mladic (actualmente prófugo), como dos héroes de guerra (...) Pero después de tantos años están cansados de que su país sea rehén de dos o más personas: el 70 por ciento de los serbios quieren entrar en la UE”, dice.

Advierte: “Los porcentajes (de apoyo popular para ingresar a la UE) se modifican si la condición fuera la de abandonar cualquier reivindicación sobre Kosovo. Sin embargo, esa es la tendencia”.

Todo parece indicar entonces, señala Zanoni, “que el nacionalismo serbio, si bien sigue firme y fuerte, ha sufrido fisuras”.

El especialista afirma que, más allá del nacionalismo, la detención de Karadzic refleja un hecho: “se rompió el mecanismo que lo protegía” en Serbia.

El contexto interno

La detención de Radovan Karadzic, uno de los responsables de la cruenta guerra civil que devastó a los Balcanes y, en especial, a Bosnia, entre 1992 y 1995, “fue una gran sorpresa para todos. Muchos creíamos que ya había escapado de la justicia y que nunca lo veríamos de nuevo”, comenta Zanoni.

Desde hace una década, las fuerzas internacionales de la ONU, así como las policías de Bosnia y de Serbia, lo buscaban el territorio de la exYugoslavia.

Karadzic fue detenido el pasado lunes 18 en un autobús de la línea 73 de transporte público serbio que conecta el centro de Belgrado con su periferia oriental. Vivía desde hace años en ésta ciudad. Había transformado su apariencia –usaba anteojos y abundante barba—, utilizaba el nombre de Dragan Dabic y ofrecía consultas de medicina alternativa.

Karadzic será extraditado a La Haya para ser sometido a juicio en el Tribunal Penal Internacional para la exYugoslavia (TPIY), el cual lo acusa de al menos 11 delitos y de ser el responsable de la masacre de casi 8 mil 500 civiles en Srebrenica (julio de 1995) y del sitio militar a Sarajevo (1992-1995).

Gobiernos y organizaciones internacionales expresaron su satisfacción por la detención de Karadzic. Dentro de Serbia la reacción fue distinta. Zanoni explica: “El actual jefe del Partido Socialista, Ivica Dačić, hoy también ministro del Interior, deslindó inmediatamente a la policía serbia de haber tomado parte en la operación”.

Según el analista, tal deslinde responde a exigencias internas: “La verdad es que los socialistas quieren distanciarse políticamente de la operación para salvaguardar a su electorado”.

A pesar de la aparente defección del líder socialista serbio, según Zanoni, la tendencia está marcada: “Lo importante es que se ha venido abajo ese sistema de protección que comenzó con un supuesto acuerdo entre el entonces coordinador de los Diálogos de Paz, Richard Hoolbroke, y el mismo Karadzic. Según esta versión, Hoolbroke propuso a Karadzic: ‘dejas la política y te dejamos en paz’ ”.

Europa en el horizonte

Zanoni explica el contexto en el que se generó la detención: “El problema que representaba Karadzic ha siempre sido más una cuestión para Bosnia que para Serbia. Sin embargo, es justamente el nuevo gobierno de Belgrado el que lo detiene y reivindica su arresto. La voluntad política de este gobierno se está demostrando con hechos concretos. Eso habla claro de la nueva postura, más moderada y abierta, del nuevo presidente, Boris Tadic. Él y el nuevo gobierno quieren entrar a la Unión Europea”.

Según el analista italiano, la detención de Karadzic se debe a “cambios tectónicos” dentro de Serbia: “Primero fue la victoria de Tadic y de los partidos más moderados de Serbia en las elecciones realizadas en enero y febrero pasados. Esta situación poselectoral permitió que formara un gobierno de coalición seguramente más pro-occidental”. Así, el Partido Democrático de Tadic, se alió con el Partido Socialista, al cual, por cierto, dirigió el expresidente de Yugoslavia, Slobodan Milosevic, quien también fue detenido por crímenes de guerra y quien murió en su celda de la prisión de La Haya en 2006.

Esta nueva alianza, explica Zanoni, “marginó a los radicales del expresidente serbio, Vojislav Kostunica y abrió paso a nuevas posibilidades y acciones”.

Muchas de éstas, señala Zanoni, “pasaron inadvertidas para los medios de comunicación, pero crearon el contexto que facilitaron la detención de Karadzic y su presentación ante la justicia internacional”.

Zanoni precisa tres de esas acciones: el 17 de julio pasado “cambió la jefatura de los servicios de inteligencia serbios, la BIA, que fue ocupada por Saša Vukadinović”, quien no estaba vinculado con los anteriores oficiales de ese organismo y quienes, al parecer, protegían a Karadzic.

Luego, hace menos de un mes, “Stojan Župljanin, otro fugitivo de la justicia internacional, fue detenido y entregado a La Haya”.

Más aún, “la próxima entrega de Karadizic a La Haya es una señal que Serbia envía a la UE”, pues varios países europeos habían condicionado su ingreso a la detención de los criminales de la guerra de los Balcanes.

Zanoni dice que, después de la reciente crisis de Kosovo –nación que declaró su independencia, pero que Serbia reclama como parte de su territorio-- la situación es delicada, pero en la que se vislumbran salidas: “Tadic no puede ir con los electores a decirles: ‘bueno, perdimos Kosovo, sigamos’. Mantiene una posición diplomática: promete la integridad del territorio serbio. Sin embargo, ya muchos dicen que quizá en un año su gobierno reconocerá la independencia de Kosovo y, en nuevas condiciones, concentrará sus atención en el ingreso a la UE”.

En este sentido, Zanoni revela que “el ministro de Relaciones Exteriores serbio, Vuk Jeremic, ya anunció el próximo retorno de los embajadores que retiró de los países de la UE que reconocieron a Kosovo como nación independiente. ¿Eso qué significa? Pues que a Serbia le urge conseguir el status de candidato para entrar a la UE”.

Hasta ahora, Serbia y la UE han suscrito un documento preliminar al Acuerdo de Asociación y Estabilización, lo que es el primer paso para ingresar a la UE.

Explica Zanoni: “Todavía se está discutiendo, porque hasta ahora hay el veto de Holanda y de Bélgica a tal acuerdo”, pues condicionan la firma a la entrega a la justicia internacional de Karadzic y Mladic. “Hay que recordar que Holanda tiene mucha razón en mantener esta postura: durante el genocidio de Srebrenica un batallón holandés de las fuerzas ONU estaba ahí presente…”.

Reconoce que “sin el veto holandés quizá el acuerdo ya se hubiera firmado y el proceso estaría más avanzado, porque es importante por la UE tener una Serbia estable por una cuestión de equilibrios regionales, pero también porque Serbia es el país más poblado de los Balcanes, por cuestiones energéticas (el país cuenta con importantes reservas de petróleo y por él pueden cruzar ductos de crudo y gas entre Rusia y Europa), porque no tiene límites aduanales con Rusia...”.

El otro gran obstáculo para que Serbia acceda a la UE: la oposición del Tribunal Penal Internacional para la exYugoslavia (TPIY) de La Haya, que insistía en la detención de Karadzic y Mladic.

Esa “oposición era firme hasta el otro día”, corrige el analista italiano. “Los dos criminales de guerra serbios de Bosnia fueron durante años el objetivo más importante de la fiscal Carla Da Ponte”. Sin embargo, “desde enero pasado hay un nuevo fiscal: Serge Brammertz, y las cosas han cambiado. Éste podría ofrecer una señal clara para que el proceso de integración de Serbia a la UE pueda proceder de forma más expedita”.

Narra Zanoni: “El perfil más bajo utilizado por el nuevo fiscal --aparece poco en los medios de comunicación; no hace declaraciones espectaculares-- podría haber creado las condiciones para que Serbia decidiera detener a Karadzic”.

22 luglio 2008

Le maree di Calderon

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 22 luglio 2008
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La stagione delle piogge è ricomincata in Messico. Tra timori e nefaste previsioni. Sono infatti trascorsi solo otto mesi dalla tragedia che a fine ottobre dell'anno scorso vide allagarsi oltre l'80% del meridionale stato messicano di Tabasco. Un'inondazione «normale», come ne accadono ogni anno ormai da diversi decenni. Ma quella dell'anno scorso ebbe due peculiaritá: la velocitá di innalzamento delle acque e la quantitá della stessa. Si venne poi a sapere che la Commissione federale di elettricitá (Cfe) aveva dato l'urgente ordine di aprire l'ultima delle quattro dighe su fiume Grijalva (la diga Peñitas), che dal confinante stato del Chiapas giunge sino in Tabasco. «Uno sfogo necessario», lo chiamarono i tecnici dell'ente federale, perché l'acqua non trabocasse danneggiando la struttura della diga. Qualche giorno dopo, il 4 novembre, pochi chilometri a valle di Peñitas una montagna crolló sul fiume seppellendo, al suo passaggio, un intero villaggio. 25 i morti, vittime di una montagna che aveva subito le torrenziali piogge del sud messicano per secoli e che, a causa delle infiltrazioni d'acqua, aveva deciso di scendere a valle.
Eppure quel fatidico mese d'ottobre non piovve poi così tanto, non oltre la media degli ultimi anni. Dati forniti dalla Commissione nazionale dell'acqua (Conagua) rivelarono che le precipitazioni di fine ottobre 2007, pur essendo abbondanti a causa di una cosidetta tormenta tropicale presente sullo Yucatan, non superarono la media degli ultimi dieci anni. Cosa accadde dunque?
Secondo la versione ufficiale, che il presidente Calderon si affrettó a sostenere in un discorso a reti unificate pochi giorni dopo le due tragedie, furono due la cause delle tragedie: la prima le ingenti piogge - tesi giá smentita dai dati ufficiali -; la seconda, il ciclo lunare - attribuendo ai fiumi ed ai laghi artificiali le proprietá del mare. Insomma, tutta colpa della luna, dietro la quale Calderon si è nascosto per non rispondere alla domanda su chi sarebbe dovuta ricadere la responsabilità di questa ennesima tragedia.
Nessuno ha mai risposto alla domanda: perché Peñitas conteneva tanta acqua? Perché non svuotarla prima? La risposta è semplice e tragica allo stesso tempo. Far uscire acqua da Peñitas avrebbe significato farla «turbinare», ovvero farle produrre elettricitá. E allora? Di energia elettrica non vi era bisogno, o meglio detto, non di quella di Peñitas. Perché a poche centinai di chilometri, al confine tra Tabasco e Campeche - altro stato messicano - vi è la piú grande centrale elettrica turbogas privata. E la Cfe ha un contratto con l'impresa gestrice che vincola il governo messicano ad acquistarle energia sino al 2015. È dunque necessario produrre meno energia pubblica e per farlo, almeno nel caso di una centrale idroelettrica, bisogna trattenere piú acqua. Peccato che effettivamente la pioggia sia stata tanta, e i tecnici della Cfe - inutili strumenti in mano ai politici privatizzatori - non abbiano fatto bene i calcoli. Della frana che dire? Un evento naturale? Forse. O forse semplicemente il fatto che anche la diga a monte di Peñitas, la Malpaso, fosse al limite e c'era bisogno di un «tappo» sul fiume che bloccasse lo sfogo che c'è stato anche lí.
Speriamo che quest'anno Chac, dio maya della pioggia, e Dolár, dio neoliberale della ricchezza, si mettano d'accordo e non facciano pagare a milioni di poveri le necessitá del primo e le avarizie del secondo.

13 luglio 2008

Pacto Europeo de Inmigración

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 12 de julio de 2008
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Desde hace más de un mes, Francia ha asumido la presidencia europea. Nicolás Sarkozy, verdadero protagonista de este semestre de presidencia francesa, ha fijado sus prioridades. Una de ellas, quizás la más apremiante en su mentalidad ordenadora en cuanto al poder, es la cuestión migratoria. Hoy, al frente de la Unión Europea (UE), quiere poner al tema migratorio en el centro de la agenda, fomentando una vez más el clima de miedo y ansiedad que está siendo inculcado en la ciudadanía del viejo continente y promoviendo la adopción de medidas de política para el caso de corte francamente discriminatorio y represivo.

El Pacto Europeo de Inmigración, presentado el pasado 17 de junio al Consejo Europeo, y aprobado por el mismo, plantea un largo camino de reuniones y encuentros durante los próximos seis meses; reitera lo que ya ha venido sucediendo desde hace algunos años: la búsqueda de criterios y finalmente la elaboración de una política migratoria europea común. El documento plantea los lineamentos generales de la política que la UE debería adoptar y finalmente propone la agenda de temas y reuniones en el camino a seguir para alcanzar el objetivo final. Fundamentalmente, el documento sugiere la adopción de criterios comunes que apunten a mejorar los sistemas de ingreso de inmigración legal a la UE, subrayando la importancia de favorecer el llamado trabajo calificado. Sugiere invertir más energías y esfuerzos en combatir la inmigración ilegal, fortaleciendo el sistema Frontex y renovando o implatando acuerdos bilaterales con los países de origen y tránsito de los migrantes, etcétera. Nada nuevo bajo el sol. Tras reconocer que la migración es y será un fenómeno –y un problema– en tanto sobrevivan las diferencias económicas y de desarrollo entre regiones diversas del planeta, la UE afirma no poder acoger dignamente a todos los inmigrantes, por lo cual se arroga el derecho de escoger a quienes aceptar, según evidentes criterios de conveniencia. Por esta razón, al hablar de inmigración legal el criterio es económico; es decir, en las puertas de Europa se pone el letrero “se buscan trabajadores calificados (los demás favor de tocar en otro lugar)”. Y claro está, también, que mientras se buscan criterios comunes en los temas generales de la política migratoria europea, parte del camino en realidad ya está hecho. Porque mucho antes de que Sarkozy propusiera su demagógico Pacto Europeo de Inmigración, la UE no tuvo mucho que discutir para aprobar la creación de la agencia Frontex –que controla militarmente las fronteras externas de la UE–, ni la reciente y polémica Directiva de Retorno.

En esta ansiosa búsqueda de una política europea común en el tema migratorio –que estamos ciertos de que no deja dormir en paz al superpolicía europeo, Nicolás Sarkozy–, lo que se está haciendo en realidad es recoger los peores aspectos de las legislaciones de cada país, quedando al final un documento y una política que resultarán una mediación a la baja entre todo lo ya existente. Y entonces, la criticada Directiva de Retorno, en realidad no sólo es una parte de todo el complejo mecanismo legislativo europeo, sino que es fruto del encuentro de diversas visiones en cada miembro de la Unión Europea.

En este sentido, Sarkozy podría salvarse de las críticas que aquí le hacemos y de los insultos que recibirá durante las protestas que ya se están organizando en las calles europeas. Porque, a pesar de ser un personaje francamente racista y represor de migrantes –como ya ha demostrado abundantemente cuando fue responsable de la política interna francesa–, atacándolo únicamente a él correríamos el riesgo de librar a otros. Un ejemplo es José Luis Rodríguez Zapatero: en la reunión que ratificó el Pacto Europeo de Inmigración como hito a seguir durante los próximos seis meses, logró que se borrara de la propuesta el rechazo a las regularizaciones masivas, mismas que en el Estado español, y en Italia, sobre todo, han permitido en los últimos años que por lo menos 2 millones de migrantes consigan sus documentos de estancia legal en la UE. Sin embargo, no queremos que Rodríguez Zapatero figure como un moderado frente a los radicales y extremistas representados en esta presidencia francesa, porque el gobierno español también ha dado abundantes muestras de aplicar políticas represoras y discriminatorias hacia los migrantes. Es por esto que hoy, al mirar la política migratoria europea, nadie se salva entre las instituciones que tratan el tema.

Y entre emergencias de todo tipo, sigue creciendo el fenómeno de la xenofobia en el viejo continente. Pero parece ser tema secundario, pues en el documento de propuesta del Pacto Europeo de Inmigración no aparece sobre ella ni una palabra. Y sin embargo, la Agencia Europea –organismo del Parlamento Europeo–, que se ocupa de supervisar al respeto de los derechos fundamentales en la UE, denuncia en su relación anual que en los últimos siete años los crímenes de motivación racista han aumentado significativamente, y –vaya casualidad– en Francia y Alemania en particular crecieron los ataques de agrupaciones que “claramente” se identifican como de extrema derecha. Podría decirse que se está dando el clima perfecto para políticas aún más represoras. Y sin embargo surgiría también una pregunta incómoda: ¿es la política europea que fomenta estos fenómenos abiertamente racista o es este clima el que empuja a la política a encerrarse aún más? ¿Qué fue primero, el huevo o la gallina?

09 luglio 2008

Vendetta su Tlaloc

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 9 luglio 2008
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Quando Hernán Cortes, il conquistarore spagnolo, attraversó il passo che divide i due grandi vulcani, il Popcatepetl e Iztaccíhuatl, si trovó davanti un enorme lago. Ne aveva sentito parlare, lí c'era il temibile imperatore dell'Impero Mexica (o azteca, come preferite) che soggiogava metá della terra che oggi conosciamo come Messico. Ma quel che non si aspettava Cortes era il fatto di trovarsi davanti una cittá dalle dimensioni modeste forse, ma al centro di un lago di oltre 1000 kilometri quadrati di superfice. Oltre tre volte il Lago di Garda, per intenderci.
Oggi, all'attraversare il medesimo passo quasi alpino ci si trova difronte ad un altro scenario: oltre 2000 kilometri di macchia urbana. Questa é Cittá del Messico. Quella che con nostalgia qualcuno assimila a Venezia, pur riconoscendone che le dovute differenze. A partire dal fatto che qui, i conquistadores, vennero e distrussero in poco piú di due secoli il sistema idrico d'avanguardia che permetteva alla popolazione locale - agli imperatori e sacerdoti, in realtá, piú qualche migliaio di schiavi - di mantenere una quantitá d'acqua enorme a oltre 2500 metri d'altitudine. Fu sufficiente abbattere un po' di qua - templi e simboli del dominio mexica tra cui Tlaloc, dio dell'acqua -, costruire un po' di lá - i nuovi simboli del potere spagnolo - e trasformare con disprezzo il sistema idraulico della conca della Valle de Mexico. Il risultato: la rapida desertificazione di una valle che da luogo ospitale per le acque dei 45 fiumi che vi giungono e per le abbondanti precipitazioni che durano almeno sei messi all'anno é diventata una valle enorme certamente, ma estremamente vulnerabile alle piogge. Le stesse, che pur stando sostanzialmente in montagna, qui abbattono la loro furia e abbondanza come fossimo in piena selva tropicale.
Eppure la quasi totalitá delle abbondanti precipitazioni viene trasportata al di fuori della Valle per almeno due ragioni: incapacitá di trattenerla e incapacitá di purificarla. Al contrario, la capitale messicana spegne la propria sete con diversi acquedotti che trasportano acqua potabile da distanze inimmaginabili. Distanze chilometriche, ma sopratutto differenze d'altitudine. Impossibile estrarne altra dal sottosuolo (la cittá é «affondata» di 10 metri solo nel corso del '900), il governo cittadino importa acqua sopratutto dallo stato di Michoacan, a oltre 200 chilometri di distanza, ma sopratutto quasi 2000 metri piú in basso. Uno sforzo enorme, che non costa poco. É per questo che oggi, senza che nessuno ne sappia niene - o quasi - ormai oltre il 10% del servizio di acqua potabile in cittá (purificazione, distribuzione e riscossione tasse) é in mano ai privati. Ed un trend in aumento, almeno a quanto affermano i sindacati del pubblico impiego dedicato al settore. Intanto, nelle case dei cittadini l'acqua é per lo piú imbevibile, e se in Italia siamo i secondi consumatori di acqua imbottigliata per moda o per paranoia, qui il primo posto é stato conquistato dalla necessitá. Si paga, ma l'acqua non si beve. O non si paga e comunque l'acqua un giorno ce l'hai e due no. Cosí nella vasta periferia - che forse non mantiene assetati i suoi milioni di abitanti (i messicani sono pur sempre tra i primi consumatori al mondo anche di bibite gassate) ma certamente non permette loro di lavarsi -, l'acqua é un miracolo che si invoca e quando arriva, a causa del pessimo sistema fognario cittadino costruito sempre in ritardo rispetto alla rapida urbanizzazione irregolare, innonda, distrugge e inquina.

 
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