29 ottobre 2008

La crisi arriva dal Norte: calano le rimesse, tornano gli emigranti

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 29 ottobre 2008
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La crisi finanziaria internazionale giunge in Messico. Gli effetti sono i soliti: crisi del sistema finanziario, rischio di fallimento di alcuni istituti bancari, annullamento di ogni credito sulla prima casa, crisi acuta degli scambi borsistici, svalutazione della moneta locale, il peso (per effetto delle speculazioni che continuano nonostante la retorica dell'etica finanziaria), e il panico che si diffonde. Tuttavia, gli effetti sono contenuti e sarà questo forse uno degli indizi del fatto che il Messico è comunque un paese di periferia, almeno per questi luoghi-non luoghi della finanza internazionale.
Un altro aspetto della crisi è però destinato a colpire il Messico. Quando esattamente e con che portata, difficile dirlo. Si tratta delle rimesse dei migranti che stanno «dall'altro lato», e del ritorno previsto di alcune centinaia di migliaia di migranti che, caduti in disoccupazione nel Norte (gli Stati uniti) andranno a ingrossare le fila dei milioni di senza lavoro che già vivono in Messico.
Durante i lavori del recente Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni che si è tenuto a Madrid, in Spagna, un analista messicano denunciava la dipendenza del Messico rispetto le entrate determinate dalle rimesse degli emigranti. Rodolfo Zamora, dell'Università di Zacatecas, nel centro nord del paese, utilizzava il termine adicto, per indicare quasi una tossicodipendenza dell'economia nazionale dall'importante contributo in dollari che i migranti, espulsi dalla economia che non genera posti di lavoro, inviano al loro paese d'origine.
Dunque nel 2007 le rimesse sono state pari a quasi 24.000 milioni di dollari, la seconda voce del Pil messicano dopo la vendita del petrolio: una cifra che colloca il Messico al terzo posto tra i paesi che ricevono rimesse, dopo Russia e Cina. Nel primo semestre di quest'anno vi è stato un calo del 6,9% nelle rimesse: eppure, secondo la Banca Centrale messicana, i quasi 11.000 milioni di dollari inviati sino al mese di giugno continua a rappresentare il 126% degli investimenti diretti stranieri, ben il 98,2% dei trasferimenti bancari diretti e oltre il 46% delle esportazioni di petrolio.
Non suona male: a meno che non avvenga quel che sta succedendo, ovvero il ritorno previsto di migliaia di migranti. Ad esempio a Oaxaca, stato della repubblica messicana che si colloca appena al nono posto per emigrazione, solo quest'estate son già tornati oltre 24.000 migranti, i quali, secondo le statistiche, generavano da soli 7 milioni di dollari di rimesse. A Città del Messico si prevede il ritorno di almeno 30.000 persone. Cosa succederà in altri stati, dove il numero di migranti espulsi in questi anni duplica e, a volte, triplica le quantità citate? Edoardo Lozano, ministro del lavoro del Governo federale, tranquillizza tutti: ci sarà lavoro per tutti. E già, come le promesse dell'attuale Presidente, che si era presentato in campagna elettorale come «presidente del empleo», il Presidente del posto di lavoro. No era arrivato fino a promettere un milione di posti di lavoro, ma la promessa è caduta nel vuoto comunque e in questi anni un milione di messicani all'anno hanno continuato a emigrare alla ricerca di migliori opportunità.
Ma pur ammettendo che le braccia e i cervelli scappati oltre confine ora ritrovino un lavoro, come sarà affrontato socialmente il ritorno? Come si coniugheranno domani le esigenze nuove dei cittadini migranti al loro ritorno in massa presso le comunità d'origine già riorganizzate attorno alla loro assenza? Il Messico rischia di pagare un prezzo pesante alla crisi del potente vicino.





1 comentarios:

Ruben ha detto...

Ciao carissimo Matteo!

Come sempre, è un piacere poter informarmi di quello che capita in Messico traverso i tuoi articoli.
Complimenti.

A presto!