Rosario Ibarra, la cacciatrice di desaparecidos
Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 29 luglio 2008
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Apre la porta Rosario Ibarra de Piedra. Ci accoglie a casa sua una mattina. Il nipotino e il figlio dietro a lei. La oggi senatrice del Fronte ampio progressista, ci conduce nella sua casa in centro a Cittá del Messico. Fotografie, quadri, oggetti, striscioni, manifesti, immagini riempono le pareti e i mobili. C'è appena lo spazio per passare e sedersi sul divano.
Doña Rosario si siede di fronte e comincia a parlare.
«Tutto è un ricordo per me in questa casa. Di là tengo le cose dei miei 33 anni di lotta, da questa parte - indica con la mano - la famiglia, gli affetti».
Alle sue spalle, una fotografia: Jesus de Piedra Ibarra. Era il 18 aprile 1975 quando la polizia politica arrestò illegalmente il figlio di Rosario, Jesus, membro del gruppo armato Liga Comunista 23 settembre. L'arresto si tramutò rapidamente in una scomparsa, una desapariciòn. A questo punto, va a Cittá del Messico a cercarlo. Vi rimarrá a vivere. Rosario aveva promesso al marito che lo avrebbe ritrovato. Non manterrá la promessa con il marito, ma non smetterá mai di lottare.
«Nel 1977 cominciai a cercare le madri degli altri desaparecidos, ci riunimmo da tutto il paese e formammo il Comitato Eureka», racconta. E ricorda con orgoglio: «In un primo momento ciascuna cercava il proprio figlio, padre, fratello, ma in poco tempo tutte cercammo tutti». La tenacia di doña Rosario e delle altre madri, sorelle, figlie, ha portato ad eccellenti risultati nel corso degli anni. «Abbiamo fatto sette scioperi della fame, a partire dal 1978 ed alla fine ci diedero l'amnistia: 1.500 prigionieri politici uscirono dal carcere, 2.000 ordini d'arresto vennero ritirati, 57 esiliati tornarono nel paese e 140 desaparecidos ci vennero restituiti... E' qualcosa».
Rosario lotta e cerca i desaparecidos con instancabile desiderio. Non risparmia nessuno, si infiltra in una visita messicana a Giovanni Paolo II e gli consegna una denuncia del Comitato. Da quando ha cominciato, tutti i presidenti della repubblica l'han conosciuta. «Li perseguitavo, dovunque andassero andavo io, ad esigergli la restituizione dei nostri figli».
Oggi parlare con il presidente in carica, Felipe Calderón, è difficile, non perchè non vi siano occasioni ma semplicemente perchè Rosario Ibarra de Piedra, è senatrice per quel Fronte amplio progressista che ha pubblicamente ripudiato Felipe Calderon all'indomani delle fraudolente elezioni presidenziali del 2006. L'ex presidente Vicente Fox Quesada, invece l'ha incontrato qualche volta. «Faceva come che non ci stava a sentire. Alla fine un giovane che veniva con noi gli disse "signor presidente, spero che non si stanchi mai di ascoltare il suo popolo, perchè il presidente che lo fa non sarà più presidente"».
Doña Rosario ha recentemente accettato la proposta fatta dall'Epr - Esercito popolare rivoluzionario - perchè assieme ad altre riconosciute figure della societá civile medi per la liberazione dei due militanti di quel gruppo armato, Edmundo Reyes Amaya e Gabriel Alberto Cruz Sánchez, desaparaecidos un anno fa. Ma Rosario ha anche altre denunce da fare.
«Vi sono molti altri desaparecidos. I lavoratori dell'industria del petrolio, per esempio, sono almeno quindici quelli che abbiamo documentato. Curiosamente questi lavoratori scompaiono il 16 maggio 2007, e il 20 scompaiono i due militanti dell'Epr. Non so se i due episodi abbiano a che vedere tra loro, ma questi del governo son così maliziosi che...» sospende la parole. Riesce ancora a sorridere, nonostante tutto.
«Non ho mai avuto la tentazione della vendetta - racconta -. Mio padre ci ha insegnato a non odiare nella lotta, così come faceva Josè Martí, una rosa bianca a tutti. Per fortuna quest'atteggiamento si è diffuso anche tra le donne del Comitato». Poi con tono calmo e chiaro racconta un episodio.
«Andavamo davanti alle caserme e c'era una compagna che gridava "vi maledico tutti" e noi le dicevamo "non dire queste cose, questi sono il popolo in uniforme, vedrai che verranno dalla nostra parte". I colpevoli veri sono altri, quelli che governano e decidono. Quel che chiedo sempre al governo è "perchè non avete dato l'opportunità della giustizia ai nostri figli?"».
Doña Rosario è stata per oltre dodici anni un' amica del subcomandante Marcos. Fino alla campagna elettorale del 2006.
«Lo conobbi quando Marcos mi chiese di liberare due militanti nel nord del paese. Li andai a liberare e li riportai nella selva. Poi vi sono stata in decine di altre occasioni. Peró dopo, quando cominciai ad appoggiare la candidatura di López Obrador per le presidenziali del 2006, Marcos mi mandò a dire che non voleva più saperne di me». E spiega la rottura «Io non posso dire di López Obrador quel che non penso». Le piace, non lo nasconde. E dice di lui: «Credo che sia una persona con prinicipi, una persona onesta».
Del futuro parla poco. Oggi è coinvolta dal dialogo con l'Epr e dalla campagna di resistenza al tentativo di privatizzare l'industria del petrolio. Poi osserva la invadente e crescente militarizzazione del paese. «Giustificano tutto con la lotta al narco-traffico, ma la gente continua a morire e pochi sono gli arresti. Cercano di abituare la popolazione alla presenza militare per le strade. Fanno in modo che la gente esiga questa presenza, con l'illusione di risolvere il problema dell'insicurezza. In realtá temo che il prossimo passo saranno gli escuadrones de la muerte.
Dopo oltre un'ora di conversazione, ci congediamo dalla Senadora Rosario Ibarra de Piedra. La ringraziamo per il tempo che ci ha concesso e risponde: «Di niente, in realtà sto solo adempiendo al mio dovere di madre, nada más".
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