Le maree di Calderon
Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 22 luglio 2008
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La stagione delle piogge è ricomincata in Messico. Tra timori e nefaste previsioni. Sono infatti trascorsi solo otto mesi dalla tragedia che a fine ottobre dell'anno scorso vide allagarsi oltre l'80% del meridionale stato messicano di Tabasco. Un'inondazione «normale», come ne accadono ogni anno ormai da diversi decenni. Ma quella dell'anno scorso ebbe due peculiaritá: la velocitá di innalzamento delle acque e la quantitá della stessa. Si venne poi a sapere che la Commissione federale di elettricitá (Cfe) aveva dato l'urgente ordine di aprire l'ultima delle quattro dighe su fiume Grijalva (la diga Peñitas), che dal confinante stato del Chiapas giunge sino in Tabasco. «Uno sfogo necessario», lo chiamarono i tecnici dell'ente federale, perché l'acqua non trabocasse danneggiando la struttura della diga. Qualche giorno dopo, il 4 novembre, pochi chilometri a valle di Peñitas una montagna crolló sul fiume seppellendo, al suo passaggio, un intero villaggio. 25 i morti, vittime di una montagna che aveva subito le torrenziali piogge del sud messicano per secoli e che, a causa delle infiltrazioni d'acqua, aveva deciso di scendere a valle.
Eppure quel fatidico mese d'ottobre non piovve poi così tanto, non oltre la media degli ultimi anni. Dati forniti dalla Commissione nazionale dell'acqua (Conagua) rivelarono che le precipitazioni di fine ottobre 2007, pur essendo abbondanti a causa di una cosidetta tormenta tropicale presente sullo Yucatan, non superarono la media degli ultimi dieci anni. Cosa accadde dunque?
Secondo la versione ufficiale, che il presidente Calderon si affrettó a sostenere in un discorso a reti unificate pochi giorni dopo le due tragedie, furono due la cause delle tragedie: la prima le ingenti piogge - tesi giá smentita dai dati ufficiali -; la seconda, il ciclo lunare - attribuendo ai fiumi ed ai laghi artificiali le proprietá del mare. Insomma, tutta colpa della luna, dietro la quale Calderon si è nascosto per non rispondere alla domanda su chi sarebbe dovuta ricadere la responsabilità di questa ennesima tragedia.
Nessuno ha mai risposto alla domanda: perché Peñitas conteneva tanta acqua? Perché non svuotarla prima? La risposta è semplice e tragica allo stesso tempo. Far uscire acqua da Peñitas avrebbe significato farla «turbinare», ovvero farle produrre elettricitá. E allora? Di energia elettrica non vi era bisogno, o meglio detto, non di quella di Peñitas. Perché a poche centinai di chilometri, al confine tra Tabasco e Campeche - altro stato messicano - vi è la piú grande centrale elettrica turbogas privata. E la Cfe ha un contratto con l'impresa gestrice che vincola il governo messicano ad acquistarle energia sino al 2015. È dunque necessario produrre meno energia pubblica e per farlo, almeno nel caso di una centrale idroelettrica, bisogna trattenere piú acqua. Peccato che effettivamente la pioggia sia stata tanta, e i tecnici della Cfe - inutili strumenti in mano ai politici privatizzatori - non abbiano fatto bene i calcoli. Della frana che dire? Un evento naturale? Forse. O forse semplicemente il fatto che anche la diga a monte di Peñitas, la Malpaso, fosse al limite e c'era bisogno di un «tappo» sul fiume che bloccasse lo sfogo che c'è stato anche lí.
Speriamo che quest'anno Chac, dio maya della pioggia, e Dolár, dio neoliberale della ricchezza, si mettano d'accordo e non facciano pagare a milioni di poveri le necessitá del primo e le avarizie del secondo.
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