30 settembre 2005

Mara Salvatrucha, l'ombra che cammina

Come ombre avanzano nell’oscurità. Sono una decina, no forse di più. Non lo puoi sapere. Senti le loro voci, senti parole che non comprendi. Vedi delle sagome. Devono essere le braccia. Le mani disegnano strani simboli nell’aria. Chissà cosa si dicono. Chissà cosa vogliano comunicare. Si fermano in mezzo alla folta vegetazione che circonda la precaria via del treno. Aspettano. All’improvviso la terra comincia a tremare. Un rumore cupo inizia ad udirsi dal fondo della selva. Si alzano in volo gli uccelli dormienti dai rami più alti degli alberi. Il rumore si avvicina. Una luce lo accompagna. E’ il treno. Nell’oscurità non vedi il fumo della locomotiva, ma ne percepisci l’odore. Si avvicina, lento ma inesorabile il treno vuoto che carica solo l’umanità disperata che con questo mezzo cerca di attraversare la frontiera. O meglio, di cominciare ad attraversarla. Perché secondo i più, entrare in Messico dal Chiapas e cercare di arrivare agli Stati Uniti significa affrontare mille e più chilometri di frontiera continua. Tutto il Messico rappresenta frontiera, secondo la volontà dei vicini del nord. Ma la prima prova, il primo ingresso in Messico, è la prova più dura. E non è tanto per la presenza timida della polizia di frontiera. Ad aspettare i disgraziati centroamericani c’è la Mara. La Mara Salvatrucha. Il diavolo che cerca vendetta. Il diavolo che attacca tutti coloro che provano a violare il loro territorio. All’improvviso l’ombra scura si pone difronte al treno. Lo ferma, lo circonda, lo invade. Il repentino silenzio è rotto dal terrore delle grida e urla di disperazione delle decine, forse centinaia, di migranti che viaggiano su questo treno. La Mara assalta il treno, assalta i sogni dei poveri della terra. Con coltelli e pistole manufatte, l’odio della Mara si scatena sulla moltititudine. Pochi soldi, qualche oggetto e, se necessario, la vita di chi si oppone è il risultato dell’ennesimo assalto. La Mara si ritira nell’oscurità dalla quale proviene. Il treno riparte. Il primo pedaggio è stato pagato. Il viaggio della speranza continua. La Mara aspetta il prossimo treno.
Siamo in Messico, alla frontiera tra Guatemala e Chiapas, sulla costa del Pacifico, a Tapachula. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, di qua passano i treni merci vuoti di ritorno dopo aver scaricato in Centroamerica. E’ il mezzo più comodo per attraversare il confine messicano. Tanto nessuno lo controlla. La polizia non si fa vedere. E’ questo ciò che raccontano agli aspiranti che giungono numerosi dal lato guatemalteco. Ma nessuno dice loro che ad aspettarli ci sarà la Mara. E pare, secondo alcuni, che il governo taccia o minimizzi il problema per semplici ragioni di controllo. La realtà infatti ha recentemente dimostrato che la Mara in Chiapas ormai controlla completamente il traffico di droga e di persone. E anche la popolazione locale risulta essere più timida: alle dieci di sera tutti a casa e in più occasioni manifestazioni sindacali o studentesche sono state attaccate dalla Mara.
Ma chi è la Mara, da dove viene, qual è la sua storia? Negli anni settanta, la crescente presenza di latinoamericani a Los Angeles cominciò a destare l’interesse delle autorità. Repressione e controllo è stato il metodo, mai passato di moda, di trattare la sempre più numerosa compagine che parlava spagnolo in terra nordamericana. Perché il controllo fosse più semplice, la polizia, inoltre, cercava allora di mettere tutti contro tutti, in una dinamica di scontro che non ha visto fine. Oggi come allora, non è difficile che una pattuglia della polizia municipale di L.A. arresti un nero, lo riempa di botte e poi lo scarichi in un quartiere latino. Alla fine della serata, i latini vantano l’eliminazione di un avversario, i neri lamentano la scomparsa di un fratello e promettono vendetta, la polizia assiste allo scontro e non interviene. Tanto nessun bianco della società bene si lamenta mentre si uccidono tra loro. In una dinamica di questo genere, già negli anni settanta, si cominciarono a creare gruppi di autodifesa, gruppi e bande con una identità molto definita che si occupavano di difendere il quartiere da attacchi esterni, fossero questi delle autorità o di altri gruppi, completamente speculari, ma con altra identità. E’ a questi anni che si fa risalire la nascita della Mara Salvatrucha 13 (MS13) la più grande banda, la meglio organizzata, la più diffusa, la più temibile di tutte. La stessa che sta creando problemi, oggi, a tutto il Centroamerica, che è stata dichiarata problema di sicurezza nazionale in Guatemala, Salvador, Honduras, la stessa che oggi minaccia il Messico, dal Chiapas a Tijuana. A questa si oppone la Mara 18 (M18), anch’essa nata a Los Angeles ma ormai ampiamente diffusa dalla città californiana verso sud.
La Mara nasce a Los Angeles come risposta alla continua repressione vissuta nei quartieri popolari latini. Ma sin da subito acquista una forte componente identitaria. Sono gli immigrati dal Salvador infatti che costituiscono la Mara. Messicani e altri gruppi nazionali infatti pur facendo la stessa cosa, presentano caratteristiche diverse. La Mara, che prende il nome dalla temibile formica marabunda – di origine centroamericana, naturalmente -, risulta essere molto più organizzata e sin da subito, grazie alla ferrea disciplina imposta dagli “anziani del gruppo”, si impone alle altre. A seconda dell’origine geografica, la Mara si divide in almeno due “correnti”: la prima, la Salvatrucha 13, che nasce nella 13th street di L.A. e, nel nome, presenta la propria orgine (salvadoreña) e identità (non fanno entrare altre nazionalità) e la propria caratteristica (“trucha” ovvero, secondo il gergo, “furbo, dritto”); la seconda, la 18, che nasce nella 18th street, è aperta ad altre nazionalità (si dice ne facciano parte alcuni bianchi) ed è in aperto e sanguinario conflitto con la MS13.
Negli anni novanta, quando queste bande controllano già ampie porzioni di territorio a Los Angeles, avviene un episodio che ne cambierà il destino. Dopo gli accordi di pace in Salvador tra governo e guerriglia, nel 1992, gli Stati Uniti decidono di deportare tutti i mareros, gli integranti della Mara, come delinquenti comuni indesiderati. Ed è così che la Mara si diffonde in Centroamerica. Al ritornare in Salvador, infatti, i giovani e meno giovani trovano il deserto. La descomposizione sociale è assoluta, la frustrazione impera, la totale mancanza di prospettive è il destino. Non solo per i deportati. Si calcola infatti che numerosi sono gli ex guerriglieri che entrano a far parte dell’alternativa offerta dalla Mara. A questo punto la Mara diventa il punto di riferimento dei più giovani che in essa troveranno protezione, protagonismo, solidarietà e speranza di un futuro. Un futuro pieno di pericoli e, possibilmente, la morte, ma almeno avrà valso la pena vivere in questo mondo che non offre loro niente. Ed è questo, secondo le parole dei sociologi dell’Università di Managua, il primo elemento attrativo di questo genere di organizzazione. In uno studio effettuato in più di due anni, in cui si raccolgono interviste e statistiche del mondo giovanile centroamericano, si relata come la Mara offra ai giovani – e i più giovani mareros sono studenti di scuola media inferiore – la possibilità di affrancarsi da una società che li disprezza a cominciare dai rapporti con la famiglia. Alcool e abusi in casa, espellono i giovani alla vita di strada dove incontrano la Mara. Secondo le numerosissime interviste realizzate, i mareros nella associazione mutua trovano la solidarietà cancellata dal mondo moderno che li vorrebbe competitivi; trovano il protagonismo che viene loro frustrato nel mondo che li circonda; trovano la fratellanza che la famiglia non offre; trovano la formazione che la società gli nega. “Nella Mara si imparano un sacco di cose, tra queste essere onesto, ma molto onesto [...] C’è una fratellanza nella Mara che nessun’altra istituzione ti offre, né partiti né altri. Gli altri non mangiano dallo stesso piatto; noi mangiamo dallo stesso piatto, ci copriamo con la stessa coperta” (testimonianza di un marero guatemalteco). Ed è che sarebbe sbagliato considerare questi giovani ignoranti e senza interessi. E’ dimostrato infatti che la gran parte dei mareros detiene titoli di studio almeno di media inferiore, quasi tutti hanno una casa dove andare a dormire, molti hanno un lavoro per precario e malpagato che sia.
Nonostante ciò, la Mara è diventata famosa per le sue azioni violente. Omicidi, assalti e scontri massivi nei quartieri ne hanno fatto una delle organizzazioni oggi più temute a livello regionale, ma anche internazionale. La risposta ovviamente è la repressione. La stampa non offre certo altre interpretazioni. I giovani della Mara vanno repressi, anzi, come sempre più spesso si può leggere o ascoltare, “sterminati”. “Guardateli! –si può leggere su alcuni giornali-, pieni di tatuaggi strani, anche sul volto, con le mani fanno strani simboli, lo sguardo drogato e invasato di un pazzo, imbrattano le pareti dei quartieri con disegni che solo loro capiscono...”.
Ma perché questo atteggiamento così violento da parte dei mareros? Una delle cose che caratterizza la Mara è la cosidetta “vida loca”, ovvero la sensazione che da lo scontro con altre bande per la difesa del barrio, con i burgueses o con la polizia. Lo scontro fisico è la prova che dà il riconoscimento sociale all’interno del gruppo per poter ottenere un ruolo. Ma non solo: il capo, infatti, oltre a dover vantare coraggio e sprezzo del pericolo – oltre a qualche omicidio nel curriculum – deve avere doti di giustizia ed equità tra tutti gli integranti e far rispettare il codice d’onore interno. Per entrare a far parte della Mara, per esempio, esistono rituali e tutti hanno a che vedere con atti di violenza: tredici secondi di botte da orbi con il capo – perché tu possa dimostrare il tuo valore – o l’omicidio di qualche avversario. Una volta dentro, la Mara non ti lascia più andare: vivi o muori, ma sempre dentro la Mara.
Ma la Mara non nasce per violare le leggi, al contrario, nasce e cresce come gruppo di amici che vogliono fare qualcosa assieme e difendere se stessi. Dall’esperienza della povertà e della minaccia, della violenza generalizzata e dell’esclusione, sembra che i giovani abbiano imparato che debbano agire uniti per non affondare. Per dirlo con le parole di Manfred Liebel, ricercatore e sociologo tedesco, “l’appartenenza a una banda si intende come il tentativo di ottenere un nuovo spazio sociale che si è perso o che nella vita offerta dalla società risulta irraggiungibile [...] Con la banda, i giovani provano a creare una società per loro stessi in una che non offre loro niente”. Nonostante la repressione, nonostante le decantate misure di emergenza prese dai vari governi coinvolti, la Mara è ormai una realtà. Una realtà che nasce dalla profonda disgregazione sociale che vive il Centroamerica e dalla abbondante violenza disponibile. Un altro effetto collaterale della guerra globale e permanente.

 
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